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«La partita di Ancona? Comprata dagli zingari»

«La partita di Ancona? Comprata dagli zingari»

La rabbia di Camilli: «Il mondo del calcio è un vermaio, non ne voglio più sapere» Da accusatore a accusato dai pentiti. «Per scagionarmi pronto ad andare al Tar»

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GROSSETO. «Quella partita l’hanno comprata gli zingari. Il Grosseto non c’entra niente e lo dimostreremo al mondo intero».

Il presidente Piero Camilli risponde così, mentre cerca di rilassarsi e ricaricare le batterie sulla spiaggia della Sardegna, dopo le accuse mosse dai suoi ex tesserati e che hanno portato alla pesante accusa di responsabilità diretta.

«Questo processo mi sembra assolutamente vergognoso - dice Camilli - il mondo del calcio è marcio, un vermaio. Ci hanno rubato due volte la serie A e stiamo perdendo tempo dietro a queste situazioni ridicole. Il mondo del calcio fa schifo, non ne voglio più sapere niente».

«Anche il primo processo è stato pazzesco - aggiunge - La responsabilità oggettiva è scandalosa. Ma come, io vengo truffato o tradito da miei giocatori e devo pure pagare? Non esiste. Sono molto tranquillo e sereno perchè è tutta gente che sparla del Grosseto e della mia persona e alla fine non avrò problemi a dimostrare la nostra e la mia estraneità rispetto ai fatti».

A Camilli non va giù il deferimento per responsabilità diretta e fa presente che «Iaconi è stato ritenuto credibile perc hé ha rilasciato le dichiarazioni dopo che era stato condannato. Ma scherziamo? C’è la parola di una persona per bene e quellla di Iaconi, smentito anche da Cafaro, e di alcuni giocatori senza scrupoli».

Nel deferimento non c’è la gara con la Salernitana... «Non esisteva, Stendardo e Mora hanno fatto venire a galla la verità ed è anche una conferma delle bugie di questi banditi».

DA ACCUSATORE AD ACCUSATO

Da mercoledì, nel processo, Camilli dovrà rispondere ad una pesante accusa, togliersi dai guai, dopo essere stato il primo a denunciare una combine. Nel febbraio 2009 le sue dichiarazioni fecero aprire un’indagine dalla procura federale e dalla Digos di Grosseto. Secondo quest’ultima esisteva «un’organizzazione criminale dedita alla falsificazione e alla frode dei risultati calcistici». Secondo la Digos di quell’organizzazione facevano parte Sandro Porchia, Ciro Polito e Agostino Garofalo, indicati come «gli anelli terminali e determinanti dell’intera associazione».

Le carte arrivarono sul tavolo del procuratore Palazzi, che non fece partire l’indagine e che non chiamò Camilli, che gliel’ha fatto notare nel corso del suo interrogatorio.

Adesso il Comandante è dall’altra parte della barricata, chiamato a difendersi dalle infamanti accuse di alcuni infedeli, che hanno rincarato la dose dopo che il presidente del Grosseto ha inviato loro una denuncia per truffa aggravata e calunnia e sopratutto dopo che ha chiesto il sequestro preventivo dei beni.

Camilli e il suo avvocato Mattia Grassani hanno una partita difficilissima da giocare per evitare la beffa della retrocessione in Lega Pro.

«Se fosse un processo ordinario - dice da sempre Camilli - non avrei problemi a dimostrare l’estraneità dei fatti, ma mi auguro che la verità venga a galla anche con la giustizia sportiva. E siamo pronti a dimostrarlo in ogni grado di giudizio, fino al tribunale amministrativo regionale».

Nel processo sportivo il Grosseto si avvarrà anche di un secondo avvocato che affiancherà Mattia Grassani, il penalista del Foro di Roma, il professor Pierfrancesco Bruno, docente di diritto penale nell’ateneo capitolino. Tutto pur di scardinare l’accusa.

Maurizio Caldarelli

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