Il Tirreno

Grosseto

Droga libera? La Maremma è divisa

di Lorenzo Santorelli
Droga libera? La Maremma è divisa

Sensi (Arci): «Così si toglie alla criminalità». Don Enzo Capitani: «Non risolve il problema, anzi. Vanno capiti i motivi»

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GROSSETO. Il primato dell’Italia tra i paesi europei per il numero di consumatori di droghe leggere - il 14,6% dei cittadini tra i 15 e i 65 anni ha fatto uso di marijuana o hashish nell’ultimo anno secondo il report redatto dall’Onu – ha rinfocolato il confronto tra proibizionisti e legalizzatori. Sulla scia del rapporto delle Nazioni Unite a rinvigorire un dibattito mai sopito sono state le aperture di personaggi di spicco come lo scrittore Roberto Saviano, l’oncologo Umberto Veronesi, il procuratore generale di Firenze Beniamino Deidda, verso una liberalizzazione controllata degli spinelli.

Una rivoluzione culturale che secondo i propugnatori consentirebbe di prosciugare uno dei canali linfatici della criminalità organizzata maggiormente redditizi e contestualmente monitorare maggiormente un fenomeno, volente o nolente, ampiamente diffuso. «La liberalizzazione delle droghe leggere è un argomento controverso e non spetta a me esprimere opinioni – dice il neoprefetto di Grosseto, Marco Valentini (nella foto in alto) – nella mia veste contano solo le leggi del Parlamento. Personalmente ritengo positivo che si discuta dell’argomento, senza chiusure culturali». Su uno dei cavalli di battaglia dei favorevoli alla legalizzazione è invece il questore del capoluogo maremmano ad esprimere alcune perplessità. «La gestione da parte dello Stato delle droghe leggere non eliminerebbe gli effetti dell’alterazione. Alla guida di un veicolo come a caccia – si interroga Michele Laratta - mi chiedo dove finisca il diritto di una persona ad assumere stupefacenti e cominci quello di un’altra a vivere in sicurezza». Laratta riconosce che «la criminalità perderebbe una quota di mercato. Però sarebbe difficile affrontare le altre incognite legate al consumo».

Nel carcere grossetano su circa 30 detenuti più della metà si trova dietro le sbarre per reati legati alla droga. «Il 60% sono spacciatori o tossicodipendenti – dice la direttrice dell’istituto penitenziario, Maria Cristina Morrone – la percentuale è sempre stata stabile negli ultimi anni. Attualmente nessuno di questi è legato ai cannabinoidi, però in passato si sono verificate situazioni spiacevoli. Parlo di ragazzi arrestati per possesso di marijuana o hashish che non erano pronti ad affrontare il carcere. Qualcuno ha avuto un tracollo, tentando persino il suicidio. Credo siano più opportune, oltre che meno dispendiose per l’apparato giudiziario, le misure alternative». Storie difficilmente assimilabili tra loro delle quali però don Enzo Capitani ha un ampio spettro casistico. L’associazione da lui presieduta, “L’Altra città”, annovera tra le proprie attività anche il Ceis, il Centro di solidarietà che dal 1987 si occupa del recupero e reinserimento dei tossicodipendenti. Un osservatorio privilegiato dal quale don Capitani afferma con convinzione di «non aver mai creduto che la legalizzazione, sebbene controllata, costituisca la panacea di tutti i mali.

Nella lotta alla criminalità si otterrebbero risultati marginali. Invece che distinguere tra leggere e pesanti, occorre porsi alcuni interrogativi: perché ho bisogno di sostanze esogene per affrontare le mie fragilità? Perché cerco all’esterno ciò che ho dentro di me?». Don Capitani fornisce due risposte che sono altrettanti spunti di riflessione. «Droga ed alcol al massimo acuiscono i problemi, non li risolvono. Però è più semplice acquistare un attimo di serenità o divertimento attraverso le sostanze piuttosto che mettersi in gioco nelle relazioni umane». Una posizione in parziale dissonanza con l’associazionismo laico che attraverso il proprio presidente provinciale Arci, Christian Sensi, abbraccia l’ipotesi legalizzatrice per «togliere il monopolio delle droghe leggere dalle mani della criminalità. La cannabis non fa bene, ne sono consapevole. Ed è indispensabile la prevenzione. Ma un individuo deve poter scegliere liberamente, evitando altresì che finisca in contatto con ambienti delinquenziali».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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