La manifestazione
Picchia la moglie per farla abortire
Condannato marito egiziano: non voleva che la figlia crescesse in Italia con un’educazione cattolica
GROSSETO. Di quella bambina che stava per venire alla luce, suo padre non voleva proprio saperne. Non era pronto, diceva. Ma diceva anche che se fosse nata l’avrebbe portata in Egitto, per farla crescere da una donna musulmana e non da sua moglie, una grossetana, perché la donna non sarebbe stata degna di farlo. Ci fossero state soltanto le minacce, in questa storia. Invece, la donna che oggi ha 45 anni, oltre alle offese e alle vessazioni, ha rischiato davvero di perdere la sua bambina. Lui l’ha presa a pugni nella pancia, più volte, per uccidere quella creatura che sua moglie portava in grembo. Ora, a distanza di cinque anni dalla denuncia presentata dalla donna alla squadra mobile della questura, lui è stato condannato a un anno e otto mesi di reclusione (con pena sospesa) e al pagamento, oltre alle spese di costituzione della parte civile (3.600 euro), anche al risarcimento alla moglie (8mila euro) e mille euro al cognato. Minacciato, anche lui, di morte.
Tutto è cominciato pochi mesi dopo il matrimonio della donna con l’egiziano, che oggi a trent’anni. I due si erano sposati da pochi mesi, quando la donna ha scoperto di essere incinta. Un bambino, nella vita della coppia, ancora non era previsto. Ma lei ha deciso di tenerlo. Dopo giorni di discussione, nell’aprile del 2007 il primo episodio di violenza vera. Lei era in camera a guardare la televisione, quando lui è tornato a casa. L’ha messa sul letto, chiudendo la porta della stanza a chiave e sbarrando la porta finestra per non farla uscire nel giardino. Poi le è salito sopra e ha cominciato a prenderla a cazzotti nella pancia. «Ti faccio abortire io, se non vuoi farlo da sola», gridava. La donna, dopo quattro ore di tortura, dopo aver sentito suo marito dire «Se nasce lo ammazzo io, non m’importa della legge io me la faccio per conto mio», e ancora «se non lo ammazzo lo porto in Egitto a farlo crescere da un’egiziana che te non sei degna», per farlo calmare disse al marito che il giorno dopo sarebbe andata dal medico per fissare un’interruzione volontaria della gravidanza.
Ma la donna, che aveva intenzione di cedere alle minacce dell’uomo, dopo che lui l’aveva anche picchiata in mezzo di strada mentre era al bar con un amico. Proprio quella sera è intervenuta la polizia che qualche giorno dopo ha visto arrivare la donna in questura pronta a denunciare il marito.
Il tribunale in composizione collegiale, (Puliatti presidente, Muscogiuri e Compagnucci) ha emesso la sentenza. La donna, difesa dall’avvocato Patrizia Fabiani dello studio Antichi, Bastianini e Leporatti associati, ha intentato causa di separazione. Ed è stata lei a raccontare agli agenti della squadra mobile che probabilmente, dietro tutta quella rabbia esplosa nel marito che è stato assolto solo per le molestie ai familiari della sua ex moglie, c’era anche il fatto di non voler far crescere un figlio da una cattolica. Un’ipotesi che nel processo è rimasta sullo sfondo, ma che comunque ogni tanto è riaffiorata nelle parole della donna. E in quelle dell’uomo, che più volte ha fatto presente alla moglie la sua inadeguatezza a crescere un figlio. O forse, una scusa per non assumersi le responsabilità di padre al quale una bambina l’avrebbe costretto.
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