Il Tirreno

Grosseto

Quando pare finita ci sono sempre cento metri da fare

Elisabetta Giorgi
Quando pare finita ci sono sempre cento metri da fare

La storia esemplare di Giusy che aveva tutto, ha perso tutto ed è ripartita. Destinazione Paralimpiadi

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Vola sopra le nuvole con la leggerezza di un coriandolo, ha un volto da modella in un corpo senza gambe. Sette anni fa Giusy Versace perde gli arti in un incidente stradale; tutto sembra finire lì, in quel punto nero inghiottito tra le lamiere della Salerno-Reggio Calabria dove la pioggia la fa sbandare.

E invece le si presenta un’altra occasione: lo sport. In poco tempo Giusy inizia a correre, vola più forte che mai e oggi - a 35 anni - detiene un record straordinario: è la prima ad aver corso dopo essersi amputata tutti e due gli arti inferiori, vincendo il campionato nazionale di atletica leggera. È primatista italiana sui 100 metri con 15”50 e a fine giugno è arrivata quarta agli Europei in Olanda, ma l'ultima sfida è quella di qualificarsi per le Paralimpiadi del 29 agosto a Londra.

Dopo la full immersion toscana, si sfila le gambe per appoggiarle alla panchina, operazione ormai di routine come togliersi l'orologio, bere un bicchier d'acqua o levarsi una canottiera. E si racconta, a partire da quel cognome importante: Versace. Suo padre è cugino del defunto stilista Gianni, ma lei - nata nel 1977 a Reggio Calabria e trasferita a Milano - nella moda entra di soppiatto, diventando capoarea senza scomodare parenti illustri.

Il destino la aspetta il 22 agosto 2005 quando Giusy è in trasferta per lavoro. «Guido sulla Salerno-Reggio Calabria, strada maledetta un po’ ovunque, quando un acquazzone mi fa andare in aquaplaning». Il suo corpo scivola via dalla macchina, il guard-rail le trancia le gambe come una ghigliottina.

Nel 2010 Giusy conosce il grossetano Andrea Giannini, che diventa un maestro e un amico. «Si offre di allenarmi; io non ci volevo credere, lo faceva anche con Pistorius». È così che - leggiadra e tenace, delicata e potente - la storia di Giusy nasce e prosegue lavorando con Andrea, con un obiettivo preciso. «Correre per divertirsi e per dimostrare al mondo che, anche da menomati, non ci si deve vergognare, ma anzi si può trasmettere altri un modello positivo».

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