Lutto
Trovati quattro daini morti alle Puzzole
Fatali alle bestiole le esalazioni di acido solfidrico nella zona mineraria tra Santa Fiora, Roccalbegna e Arcidosso
SANTA FIORA. Un confine medievale che si chiama le Puzzole, un fosso dal nome poco raccomandabile, Putrido, un fossetto dal nome che evoca disgrazie, il Morticino, e via dicendo. Un’antica zona mineraria che adesso è da decenni dismessa, ma di cui esistono tracce evidenti con gli antichi capannoni ancora in piedi e anche i binari dove scorrevano i carrelli che trasportavano il cinabro. Una zona dove ci sono esalazioni di acido solfidrico, ma anche di anidride carbonica proveniente dalle antiche miniere.
Siamo sull’Amiata, in una zona attraversata dal confine fra Santa Fiora, Roccalbegna e Arcidosso, dove c’è il fosso Putrido (che si chiama anche fosso La Chiave). Qui qualcuno, lunedì, ha trovato 4 daini morti. Tre di essi in decomposizione da alcuni giorni, un altro da poche ore. Uno di loro era andato a ficcarsi dentro un buco da cui presumibilmente esalava del gas. Gas di che tipo? Quello spicchio di terra che si trova a valle della Banditella, un piccolo colle vicino a Monte Labbro, da secoli e secoli è noto per la presenza di “puzzole” (putizze) e tutta l’Amiata ne è piena. Sono fori e polle sulfuree da cui fuoriescono esalazioni di acido solfidrico e anidride solforosa, perché il vulcano amiatino, spento ormai da milioni di anni, continua a produrre effetti collaterali, come le note “puzzole” di Santa Fiora e Roccalbegna.
Il fenomeno è causato dalla fuoriuscita di gas naturali dal sottosuolo. In genere si tratta di H2S, che causa anche l’odore inconfondibile di uova marce che si avverte all’intorno. Una situazione ben nota, come documentano e sottolineano gli stessi toponimi: Puzzolo, Putrido, Morticino. La morte di quei daini deve essere cercata qui. Per lo meno così ha pensato chi ha trovato gli animali morti ed ha allertato subito le guardie forestali. Le quali si sono rivolte al direttore veterinario del Centro recupero animali selvatici ed esotici di Semproniano ed hanno ottenuto da lui delle risposte, come spiega una delle stesse guardie forestali.
Il motivo della morte dei daini sarebbe, quasi certamente, l’alta concentrazione di acido solfidrico. Un’ipotesi, ma Marco Aloisi, il responsabile del Crase, fa un lungo elenco di “casi” simili: «Un gas pesante, che non supera il mezzo metro di altezza e che può diventare veleno per gli animali che si chinano per pascolare o per bere. Un fenomeno incostante, ma ben noto - afferma Aloisi - che uccise tempo fa, fulmineamente più di 10 cavalli nella zona di Cortevecchia, due asini a Santa Caterina e altri due cavalli a Rocconi. Non c’è altra possibilità che causi la morte fulminea di animali di grande taglia», commenta Aloisi, che tiene a precisare, comunque, la valenza solo ipotetica della sua risposta.
Un’altra remota possibilità della morte dei daini potrebbe essere “l’aria morta” che fuoriesce dalle imboccature della miniera. Anidride carbonica, la stessa che uscendo da un pozzo di una miniera del versante senese, anni or sono, uccise un cacciatore a S. Filippo, che era andato a salvare il suo cane da caccia in una zona, peraltro, recintata e protetta. Ma questa volta i 4 daini (per i quali viene esclusa la morte per malattia e dunque il rischio di una epidemia) sono stati trovati abbastanza lontano dalla miniera della Banditella. Quindi l’ipotesi più probabile è proprio l’acido solfidrico. Dalle guardie forestali si viene anche a sapere che da segnalazioni di cittadini che avevano trovato alla Banditella uccelli morti, e da sopralluoghi successivi, non era stato individuato un territorio circoscrivibile, se non quello dei fenomeni già noti e sporadici, testimoniati da esperti conoscitori del territorio, fra cui lo stesso sindaco di Santa Fiora Renzo Verdi, che è anche cacciatore. «Da secoli e secoli vi sono i fenomeni che noi chiamiamo “puzzole”. Il territorio dell’Amiata che è un vulcano spento, ne è pieno e non riguarda una porzione particolare di terreno. Ma se vi sono altri problemi più gravi e più circoscritti, certi e inoppugnabili, siamo dispostissimi a recingere. Basta sapere la zona interessata».
Anche Nello Nanni, esperto del territorio e ricercatore locale, avverte che «attorno a quei fori sovente in passato si trovavano uccelli morti e tutto intorno l’area era gialla di zolfo. Ma quando è iniziato lo sfruttamento geotermico, questi fenomeni sono assai diminuiti, perché il gas viene fatto uscire dal sottosuolo per produrre energia».
Il professor Gaetano Pedone sottolinea che il veleno potrebbe essere stato «una miscela fra l’aria morta delle bocche delle miniere e l’acido solfidrico delle putizze». Intanto mercoledì mattina, un responsabile della caccia di Santa Fiora ha dichiarato che gli stessi cacciatori si impegnerebbero a recingere una zona che fosse pericolosa per l’incolumità dei cani.
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