Attenzione
Ventiseienne ucciso, indagato poliziotto
La Procura: «È un atto dovuto per le perizie». Le pistole che hanno sparato per fermare l’auto sarebbero più d’una
GROSSETO. Li stavano aspettando sulla Siena-Grosseto perché sapevano che su quella Golf, della quale avevano un numero di targa parziale, poteva viaggiarci un bel po’ di droga. E quando il ventiseienne ha ingranato la marcia per cercare di scappare, qualche colpo sarebbe stato esploso per fermare l’auto. In direzione della vettura, dunque, non sarebbe partito solo il proiettile “accidentale” ipotizzato in un primo momento.
Sul registro degli indagati, di nomi, al momento ce n’è uno solo: bisogna chiarire se a uccidere Hola Panajot, il ragazzo albanese che era alla guida della Golf, è stato il colpo partito per sbaglio – come sostiene la questura – dalla pistola dell’agente caduto a terra durante la manovra della Golf, o un altro eventualmente esploso per bloccare l’auto in fuga e che inizialmente era stata lanciata contro gli agenti.
«L’avviso di garanzia - dice il procuratore capo Francesco Verusio - è un atto dovuto, serve a garantire tutti gli accertamenti irripetibili dei quali abbiamo bisogno per arrivare a stabilire con certezza quello che è successo tre notti fa». Un agente è indagato, quindi. Ma a sparare non sarebbe stata una pistola sola.
Non soltanto, quindi, «il colpo che si è conficcato nello sportello dell’auto, esploso da un agente che stava rovinosamente cadendo a terra», come ha scritto la questura nella prima nota ufficiale, e che poi avrebbe colpito Panajot. Altri spari sarebbero partiti contro l’auto, colpi che avrebbero dovuto fermare quella Golf che voleva sfuggire al controllo degli uomini della mobile.
Secondo una prima ricostruzione della procura, chi ha esploso quei colpi lo ha fatto per fermare l’auto che stava tentando la fuga, dopo che un agente aveva aperto lo sportello dal lato passeggero per sfilare le chiavi della Golf sulla quale viaggiavano Hola e Deromemaj. Gli agenti non ce l’hanno fatta e ora spetterà ai periti scrivere un altro capitolo su questa storia.
Hola Panajot è all’obitorio di Grosseto, questa mattina sul suo corpo sarà effettuata l’autopsia. Alle dieci al carcere di via Saffi, invece, ci sarà l’udienza di convalida dell’arresto del passeggero che ha tentato la fuga a piedi nel bosco. Maksin Deromemaj, 21 anni, si presenterà al gip Valeria Montesarchio e al pm Filippo Maffeo accompagnato dall’avvocato fiorentino Vincenzo Cesare Martucci.
Uno all’obitorio quindi, l’altro in carcere. Il dramma dei due cugini che stavano cercando di arrivare a Grosseto con dieci chili di marijuana è tutto negli occhi dei parenti davanti alla camera mortuaria del Misericordia e dietro la porta chiusa dell’appartamento dove i due ragazzi vivevano.
In via Statonia, zona Barbanella, nell’appartamento al pianterreno, ieri Marika non c’era. Non era nella casa dove viveva con Hola, il padre del bambino che porta in grembo da cinque mesi e dove ha saputo che lui non c’era più.
«È morto in un incidente, sulla strada tra Siena e Grosseto». Non è riuscita a dire a sua madre, ricoverata al Misericordia in attesa di un intervento chirurgico, che Hola era stato ucciso da un proiettile esploso a un posto di blocco. Ha cercato, probabilmente, di rendere meno doloroso l’attimo in cui dalla sua bocca sarebbe dovuta uscire la parola «morto». Morto, come suo marito, sulla strada. Era successo qualche anno prima.
Sua madre, che da tempo vive a Grosseto con le due figlie ha dovuto vedere Marika, la maggiore, diventare vedova troppo presto. E ora, in quel letto d’ospedale dove ieri è stata sottoposta a un intervento chirurgico, ha dovuto fare i conti, di nuovo, con un destino che si è accanito contro quella ragazza che da tempo vive a Grosseto, che aveva ritrovato l’amore e che aveva accolto in casa sua, la casa dove vive con mamma e sorella, non soltanto il suo compagno, ma anche il cugino Maksin.
Ieri lei non c’era davanti all’obitorio del Misericordia. C’erano i parenti del suo compagno. «Non vogliamo discutere con nessuno - dicono - e non abbiamo voglia di parlare. Hola lo hanno ucciso, punto è basta».
Uomini alti, robusti, giovani. Con le mani nei capelli e gli occhi rossi. Seduti in cerchio sotto i grandi alberi che non riescono a dare un briciolo di sospiro a quella disperazione sorda che attraversa loro. «Vogliamo soltanto riavere la salma e riportare Hola in Albania, dai suoi genitori».
Babbo e mamma non ci sono venuti, a Grosseto. Il loro dramma lo vivono lontano. Ma in città, ci sono altre case, altre vite, che forse non saranno più le stesse. Quelle degli agenti che l’altra notte hanno rischiato la vita sul lavoro e dalle cui pistole sono partiti i colpi. Uomini, padri e figli anche loro.
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