Il Tirreno

Grosseto

La lettera anonima, tre giocatori sospetti e le indagini Digos

di Pierluigi Sposato
La lettera anonima, tre giocatori sospetti e le indagini Digos

Gli atti delle Procure dopo la denuncia del presidente (2009) Ecco come si è articolata la difesa del Grifone

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GROSSETO. «Io l’avevo detto...», va ripetendo Piero Camilli riferendosi allo scandalo scommesse. L’aveva detto nel 2009 consegnando agli 007 inviati da Palazzi la lettera anomina che lo metteva in guardia sulle combine. Adesso quelle dichiarazioni - unitamente alle indagini svolte dalla Digos su tre ex giocatori e un ex dirigente - sono sul tavolo della Commissione disciplinare della Figc, allegate alla memoria che l’avvocato Mattia Grassani ha depositato a corredo della richiesta di discolpazione della società biancorossa e quindi dell’accordo di patteggiamento a 6 mesi. Per la parte penale c’è una richiesta di archiviazione, non ancora esaminata dal gip.

«Tenga gli occhi aperti». «Camilli si svegli, la stanno fregando! Tre suoi giocatori hanno già venduto altre partite e le venderanno anche quella di sabato con il Livorno. Tenga gli occhi aperti» c’era scritto al computer nella lettera anonima che il presidente aveva ricevuto alla Ilco la mattina del 21 febbraio, cioè il giorno della partita Grosseto-Livorno terminata 2-3 (Grifone in vantaggio per 2-0). Al termine il presidente dichiarò: «Sento puzza di scommesse». La Procura federale lo andò a trovare tre giorni più tardi ad Acquapendente, poco prima che arrivasse la Digos. Ai collaboratori di Palazzi, Camilli spiegò di aver avuto «semplici sensazioni» in riferimento a quella frase pronunciata in sala stampa; consegnò quindi lettera e busta aggiungendo di non averla data al rappresentante della Procura federale presente alla partita perché inizialmente non aveva dato peso alla questione. Ma l’andamento della partita lo aveva insospettito.

Tre giocatori e un dirigente. Alla Procura federale, Camilli aveva anche detto di non sapere chi potessero essere i tre giocatori indicati dalla lettera anonima. Un’idea, invece, se l’era fatta la Digos, che aveva sentito lo stesso Camilli e poi raccolto informazioni su tre giocatori e un dirigente (tesserati nel 2008-2009) indicati da una fonte confidenziale ritenuta attendibile. Una possibile associazione per delinquere, secondo l’ipotesi investigativa, di dimensioni che sarebbero andate ben oltre quelle locali.

Scambio tra Procure. Poche settimane dopo Stefano Palazzi aveva chiesto eventuale materiale di interesse per la Figc e il sostituto procuratore Stefano Pizza aveva provveduto, allegando tutti i documenti delle indagini fino a quel momento svolte.

Richiesta di archiviazione. Secondo la Procura, comunque, non vi sarebbero stati elementi per portare avanti le ipotesi accusatorie e dunque la Procura aveva chiesto - era l’ottobre 2009 - l’archiviazione. A quanto risulta alle parti interessate, la richiesta deve essere ancora vagliata dal gip del Tribunale.

Collaborazione. «L’avevo detto» di Camilli è stato uno degli argomenti principe utilizzati dal difensore Mattia Grassani nella difesa del Grosseto. Il legale aveva ricordato che l’Us Grosseto aveva denunciato i sospetti e che Camilli era stato sentito dalla Procura federale. Un atteggiamento di collaborazione che la Commissione avrebbe dovuto valutare positivamente, anche perché la società aveva preso le distanze da chi ha messo in atto comportamenti contrari alla lealtà sportiva.

«Danneggiati». Il Grosseto è vittima e non ha alcun tipo di responsabilità, nemmeno oggettiva, ha argomentato Grassani. Ha perduto la possibilità di essere promossa in A «a causa dei comportamenti infedeli di alcuni titolari» e adesso si trove di nuovo danneggiata dalla giustizia sportiva. Per quelle partite incriminate, il Grosseto aveva ottenuto 4 punti su 24 disponibili. «Nella stagione 2009-2010 - ha fatto un po’ di conti il legale - interessate da 7 delle 8 partite oggetto del deferimento (4 pareggi e 3 sconfitte, ndr), la media punti del Grosseto nelle gare incriminate è stata pari a 0,57, una media da retrocessone già al termine del girone di andata; nelle restanti 35 partite la media punti si è assestata su 1,62, che avrebbero garantito i playoff».

«Società attenta». Grassani fa riferimento esplicito alle indagini della Procura di via Monterosa sui tre giocatori e il dirigente «quali esponenti di un’organizzazione malavitosa dedita alle scommesse clandestine». Quelle indagini facevano «circostanziato riferimento a risultati sospetti, eventuali tentazioni di calciatori infedeli e presumibile coinvolgimento di livelli organizzativi, malavitosi, operanti in ambito internazionale». Ciò sarebbe «segno inequivocabile di attenzione e trasparente da parte della società, risalente a un periodo che, a posteriori, si è dimostrato essere contaminato da attività criminali». Dunque è impossibile contestare l’omissione al club. Anche le parole di Luigi Consonni dopo Grosseto-Reggina 2-2 vengono ritenute sintomatiche dell’«atteggiamento sano e vigile della società» nel non voler concedere sconti a nessun avversario.

Il caso Iaconi. Per l’ex ds biancorosso, la Procura federale ha chiesto 4 anni e mezzo. Ma Grassani e il Grosseto sostengono che il dirigente non è affatto coinvolto. Contro di lui una sola dichiarazione, quella di Carobbio del 29 febbraio davanti alla Procura Figc (adesso anche quella di Joelson) cioè una volta libero. Nell’interrogatorio di garanzia del 20 dicembre, dopo l’arresto di Cremona, Carobbio non citava affatto Iaconi, nota Grassani. E non lo citano nemmeno Turati e Conteh: nessun mandante societario per Ancona-Grosseto, solo «accordo tra giocatori». Anche Iaconi respinge le accuse di fronte alla Procura federale. Carobbio parla di un accordo per il pareggio ma al Grosseto sarebbero stati necessari tre punti per i playoff: assurdo pensare a un intervento dell’ex ds per un pareggio. E se, per assurdo, le società si fossero accordate per il pareggio, quale necessità avrebbero avuto gli zingari di pagare Conteh e Joelson?

Dunque nessun addebito è possibile contestare al Grosseto. Che ha comunque deciso di patteggiare al processo sportivo. Nonostante che tutto - o comunque tanto - fosse partito, ormai tre anni fa, proprio dalla denuncia di Camilli: «Io l’avevo detto...»

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