Il Tirreno

Grosseto

«Noi nell’inferno del terremoto» Il racconto di un’orbetellana

di Matteo Baccellini
«Noi nell’inferno del terremoto» Il racconto di un’orbetellana

Marco e Barbara si sono trasferiti a Mirandola, in Emilia, nel 2003. Dal 20 maggio vivono in garage La corsa in auto per riprendere i figli che dormivano fuori: «Siamo provati, ogni rumore fa sussultare»

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ORBETELLO. La paura ancora non è passata. Il terremoto è un nemico subdolo, che scuote le mura di casa quando si fa cattivo e ti lascia nel panico quando non c'è. «Ogni sussulto, dopo quella notte, ci fa tremare». C'era anche una famiglia orbetellana in quell'inferno di polvere e calcinacci, la mattina del 20 maggio scorso, a Mirandola, uno dei centri più colpiti dal sisma emiliano.

La scossa «Ci siamo svegliati con la paura alle 4,05 - dice Barbara Giannella, moglie di Marco Biagetti, orbetellano che dalla Maremma si è trasferito in Emilia, dieci anni fa - la casa tremava, sono caduti soprammobili, vasi e i mobili si sono spostati di 7-8 centimetri dal muro. Ma il pensiero è corso subito ai miei due figli».

La fuga da casa Barbara e Marco ne hanno tre: la più grande, Silvia, era in casa con loro e si è precipitata giù dal terzo piano della casa di Mirandola, con babbo e mamma, in ciabatte e pigiama. Gli altri due, Matteo e Martina di 11 e 10 anni, erano invece a dormire fuori con gli scout. «Sono lupetto e coccinella del Mirandola 1 del gruppo scout - spiega Barbara - e quella notte erano a San Felice, a 10 chilometri da casa, con i loro capi di 20-25 anni».

Gli scout Alcuni bimbi, spaventatissimi per il boato notturno, erano nel panico, nella stanza dell’oratorio dove dormivano. «Qualcuno invece si era già svegliato, come mio figlio Matteo - dice la mamma, ricordando quella notte incancellabile - lui addirittura aveva sentito la prima scossa delle 1,30 e aveva provato a svegliare un compagno scout».

In auto di notte Poi tre ore dopo il boato vero, che ha scosso mezza Emilia Romagna. «Mio figlio mi ha raccontato che molti bambini hanno aiutato i capi a chiamare quelli che stavano dormendo ancora - dice Barbara - Tanti piangevano disperati. Poi sono usciti tutti, passando da una porta secondaria, visto che quella principale della chiesa era già ostruita dai calcinacci». Il tempo di contattare le famiglie con i cellulari, per fortuna funzionanti nonostante la scossa, e Marco Biagetti è partito in auto per andare a riprendersi i due piccoli. «Li voglio ringraziare, quei capi, ragazzi di vent’anni che non hanno perso la calma e in quei momenti drammatici sono stati lucidi per risolvere come meglio potevano la situazione. Eppure qualche bambino era scalzo, qualcuno urlava...».

La tendopoli Le forze dell’ordine, già dopo pochi minuti dal boato che ha fatto crollare buona parte di edifici e chiese, oltre al palazzo comunale, cercavano di non far partire nessuno o di evitare il centro di Mirandola. «Ma noi volevamo riportare a casa a tutti i costi i nostri figli e non li abbiamo ascoltati», ricorda commossa la mamma.

Anche perché le crepe, se non hanno reso inagibile la loro casa, hanno comunque costretto la famiglia Biagetti a vivere in garage da quella sera. Troppo forte la paura di nuove scosse. A molti però è andata peggio. «Ci sono tendopoli in ogni giardino di Mirandola, quasi 7mila anime (su 24mila) vivono così. È una tristezza vedere come è stata ridotta la nostra cittadina».

Il ritorno alla vita Barbara non nega di aver pensato a un ritornoa Orbetello. «Ma qui ormai i nostri figli vanno a scuola, anche se non sono state ancora riaperte, almeno le elementari. Venerdì c’è stata un’altra scossa, l’ennesima». Anche i suoi genitori, orbetellani pure loro, hanno avuto problemi. «Mio padre e mia sorella dormono su un lettino gonfiabile, mia mamma addirittura in auto dalla paura».

Tornare alla normalità è difficile. Chiese transennate, calcinacci in strada, animi provati a distanza di giorni. «I bambini sono nervosi, noi cerchiamo di andare avanti e il lavoro un po’ ci aiuta. Ma dentro ci sentiamo cambiati. E scossi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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