Attenzione
Sugli attenti per l’addio a Santarelli
Centinaia di carabinieri e i vertici dell’arma a Pitigliano per l’addio al militare ucciso durante un controllo al rave di Sorano
PITIGLIANO. All’entrata nel Duomo di Pitigliano, il tempo battuto dagli stivali dell’uniforme è regolare. Manca ancora mezzora all’inizio della cerimonia, ma il passo sembra venir spontaneo. C’era molta, moltissima gente ieri pomeriggio a dare l’ultimo saluto a Antonio Santarelli, l’appuntato morto l’11 maggio scorso dopo un’agonia durata oltre un anno. Ma le divise scure, agghindate dalle medaglie e da alcuni sporadici cappelli piumati rossoblù risaltavano subito agli occhi, sparse tra la folla. Funerali di Stato, recita la forma. Che però, a Pitigliano, sono diventati qualcosa di più. «La grande famiglia dei carabinieri» l’ha definita il vescovo Guglielmo Borghetti. E le facce, le più sconvolte, erano proprio le loro. C’erano carabinieri arrivati chissà da dove, senza riconoscere nessuno dei comandanti della zona. Loro, Santarelli, non lo hanno mai conosciuto. Eppure ieri pomeriggio erano lì, a Pitigliano, a rendere onore al collega massacrato a colpi di bastone da una furia troppo giovane per darle un senso. Era il 25 aprile scorso quando Santarelli fermò per un controllo un’auto con quattro giovani a bordo, di cui tre, allora, minorenni. L’unico con già 18 anni, Matteo Gorelli, è oggi accusato del suo omicidio. Una bastonata all’altezza del collo, seguita da altre; danni celebrali gravissimi e il coma, da cui non si è più svegliato. Insieme a lui, quel giorno, c’era Domenico Marino, 34 anni, amico e collega. Anche lui è stato aggredito da quei ragazzi, rimettendoci un occhio. Ma questo non gli ha impedito di versare le lacrime non appena entrato nel Duomo, dove ad accogliere i presenti c’è la foto di Antonio. Fuori, invece, ci sono corone di fiori con i nomi del ministero dell’Interno, quello della Difesa, delle più alte cariche dell’arma e militari in generale. Funerali di Stato, appunto. C’era il numero uno dei carabinieri, il comandante generale dell'arma Leonardo Gallitelli, seduto in prima fila assieme al sottosegretario al ministero dell'Interno, Giovanni Ferrara, e al capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Biagio Abrate. Sparse per la chiesa, poi, c’erano tutte le autorità locali. «Un grazie alla grande famiglia dei carabinieri – ha detto il vescovo dall’altare – soprattutto oggi, vista la bella manifestazione di vicinanza alla famiglia». La stessa che Claudia Francardi, la moglie, e il figlio di 14 anni hanno ricevuto a Guardia Vomano di Notaresco (Teramo), paese natale dell’appuntato. Lì a mezzogiorno c’è stata la messa solenne, con altri colleghi e palloncini neri, rossi e blu. Il feretro poi ha preso la strada di Pitigliano, dove già un’ora prima della cerimonia, in agenda per le 16.30, le strade erano piene di carabinieri. Dai più decorati generali ai più giovani degli appuntati. C’erano anche colleghi in borghese, con la maglietta nera e la scritta bianca “Antonio”. Il cronista prova a chiedere una parola: Gallitelli gli dà una pacca sulla spalla e se ne va, senza dire niente; i capitani declinano l’invito e Marino, con le lacrime agli occhi ma un sorriso amichevole sul volto, risponde: «non oggi». Durante la cerimonia sul pulpito si rincorrono le preghiere, fino a quando non sale un collega di Antonio: «preghiera di un carabiniere», dice annunciando quel che leggerà. I tacchi degli stivali battono tutti nello stesso momento e vicino all’altare una tromba accompagna con noti tristi la lettura. E i colleghi di Antonio sono tutti sull’attenti, fissando il feretro.
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