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«Mio padre moriva e nessuno avvertiva»
GROSSETO. «Avrei voluto dare un ultimo saluto a mio padre da vivo. Invece il commiato avverrà all’obitorio perché nessun medico mi ha avvertita che le sue condizioni erano peggiorate...
GROSSETO. «Avrei voluto dare un ultimo saluto a mio padre da vivo. Invece il commiato avverrà all’obitorio perché nessun medico mi ha avvertita che le sue condizioni erano peggiorate irrimediabilmente».
Sono trascorse poche ore dalla morte di suo padre e Genni Della Ragione sta viaggiando in auto da Cortona a Grosseto mentre racconta quella che a suo dire è stata la «lesione di un diritto». La donna vive nell’Aretino a 150 chilometri dai genitori e dalla sorella che abitano nel capoluogo maremmano. «Un mese fa mio padre ha avuto un arresto respiratorio a seguito di una polmonite – racconta Della Ragione – ed è stato ricoverato all’ospedale Misericordia. Dopo una decina di giorni è uscito dalla rianimazione e sono potuta andare a trovarlo con mio figlio che in quel reparto, essendo minorenne, non sarebbe potuto entrare».
La situazione clinica sembrava esser migliorata e così la signora torna a Cortona, lasciando però il proprio recapito telefonico per essere aggiornata quotidianamente. Dietro a questa scrupolosità si cela anche un tessuto familiare sfilacciato. «Con mia madre e mia sorella c’è poco dialogo, non mi hanno nemmeno avvertito del ricovero». A farlo al posto loro infatti è stato l’amministratore di sostegno nominato dal giudice dopo che per alcuni attriti inerenti a questioni finanziarie la donna si era rivolta al tribunale. Due filoni, uno legato alle condizioni di salute del padre e l’altro ai precedenti dissapori familiari, che in questa storia inevitabilmente si sovrappongono.
Dal giorno successivo al suo rientro a casa, la donna denuncia «l’impossibilità di conoscere lo stato di mio padre. Ogni volta che parlavo con qualche dottore mi veniva detto che per la privacy non avrebbero potuto darmi quelle informazioni telefonicamente. Io insistevo dicendo che essendo la figlia era un mio diritto, oltretutto avevano il mio numero di cellulare nella cartella clinica e potevano benissimo verificare che si trattava della persona indicata». Un paio di giorni fa le condizioni dell’uomo, che è sempre stato attaccato alla macchina dell’ossigeno, peggiorano repentinamente.
«L’amministratore di sostegno mi ha avvertito senza però scendere nei particolari. Dovendo affrontare ogni volta un lungo viaggio ho provato a sapere dai dottori come stessero le cose, ma ho sbattuto sempre contro un muro di gomma in nome della privacy». Della Ragione chiede conto di «quale sia la legge che vieta di dare informazioni telefoniche alla figlia di un paziente, ma nessuno sa dirmelo».
Ieri mattina il triste epilogo con la morte dell’uomo. «Ho richiamato la dottoressa con la quale avevo parlato in precedenza e le ho chiesto se adesso che mio padre era morto potevo avere notizie. Le ho detto di vergognarsi ma ora questa persona voglio guardarla negli occhi. Non si trattano le persone così, come numeri e senza umanità».
L’Asl replica che trovandosi di fronte ad una complessa situazione familiare, l’amministratore di sostegno era stato indicato come l’unico referente con il quale comunicare telefonicamente, secondo quanto previsto dalla legge. Garantendo il diritto per i parenti di recarsi all’ospedale e chiedere delucidazioni personalmente. «Questa è la loro versione – controbatte la donna – io sono già andata dai carabinieri e mi rivolgerò al mio avvocato».
Lorenzo Santorelli
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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