Il Tirreno

Grosseto

Pitigliano piange il carabiniere Santarelli

di Elisabetta Giorgi
Pitigliano piange il carabiniere Santarelli

A un anno di distanza dal sanguinoso rave party di Sorano, è morto ieri il militare ricoverato in coma irreversibile a Chieti

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PITIGLIANO. La mattina della Pasquetta 2011 era già il segno di un grande dramma; ora finisce in tragedia. Dopo più di un anno di speranza impossibile, Pitigliano piange un miracolo che non c’è stato. Piange la morte di Antonio Santarelli, il carabiniere di 44 anni nativo di Guardia Vomano di Nortaresco, in provincia di Teramo, massacrato il 25 aprile 2011 da un gruppo di quattro giovani (tre minorenni e un maggiorenne, Matteo Gorelli) diretti a un rave party a Sorano.

Antonio è morto ieri alle 11 in una stanza della clinica Villa dei Pini di Chieti dove la moglie lo aveva raggiunto per una visita casuale, senza sapere che appena dopo il suo arrivo lui sarebbe morto per una crisi respiratoria. Un coma irreversibile, il suo, che durava da tredici mesi; era cominciato subito dopo la furia omicida dei giovani, i quali per sfuggire ai controlli dell'alcoltest avevano colpito con ferocia due militari: oltre a Santarelli, ridotto in stato vegetativo fino a ieri, c'era il collega 36enne Domenico Marino che ha perduto un occhio ed è riuscito a salvarsi fingendosi morto.

Santarelli in Abruzzo era ricoverato da tempo, e un mese fa era stato colpito da un'altra grave crisi respiratoria. Quella di ieri non gli ha lasciato scampo, racconta da Chieti la moglie, sconvolta dal dolore. «Ora è in pace», singhiozza tra le lacrime cercando di farsi forza. Quarantaquattro anni e originario di Guardia Vomano di Notaresco, in provincia di Teramo, il militare nell'aprile dello scorso anno era stato aggredito dai quattro giovani a poche centinaia di metri dal luogo di un rave party, nella bellissima campagna di Sorano.

Pestato a sangue accanto al collega Domenico, aveva riportato lesioni cerebrali gravissime. Già al policlinico le Scotte di Siena, i giorni successivi, la tac confermò le gravissimi lesioni cerebrali subite in seguito all'aggressione, ma i medici tentano comunque un'operazione ai limiti dell'impossibile, dalla quale lui uscì vivo. Vivo anche se le speranze di esserlo "realmente" si spensero nel giro di poco, poiché dal coma e dallo stato vegetativo lui non si è più rialzato. Per i quattro ragazzi, tra cui il diciannovenne Matteo Gorelli arrestati subito dopo il fatto, si prospetta adesso l'accusa di omicidio. I carabinieri, dal comando provinciale, si stringono nel dolore e nella discrezione; Marino è provato così come i colleghi e il comandante provinciale, che si stringono stretti alla famiglia, alla moglie Claudia e al figlio Niccolò, e chiedono comprensione per l’addolorata riservatezza.

«La morte dell'appuntato colpisce e addolora la comunità di Sorano e riapre una ferita che peraltro non si è mai rimarginata - dice il sindaco Pierandrea Vanni - Come siamo rimasti sgomenti di fronte a una violenza brutale e disumana, così oggi sentiamo inadeguata qualsiasi parola di fronte al dolore della famiglia Santarelli e dell'Arma dei Carabinieri. Siamo consapevoli che la solidarietà e la vicinanza nei loro confronti, forti e diffuse, sono davvero piccola cosa, ma assieme a questi sentimenti vogliamo chiedere l'impegno di tutti per contrastare ogni forma di sopraffazione, di intolleranza e di violenza».

Così Dino Seccarecci, sindaco uscente di Pitigliano. «Un dolore che ha travolto anche i genitori del giovane che da un anno è in carcere per pagare il prezzo di una violenza inaudita. Questa storia ha lasciato un segno nella memoria del nostro territorio. È come se sia passato un vento terribile nella tranquillità delle campagne e dei paesi che uniscono Pitigliano a Sorano, che ha sconvolto e devastato le coscienze umane. Come rappresentante di una comunità che anche negli anni più bui ha saputo accogliere e difendere, respingere la violenza che veniva da fuori, chiedo a tutti i miei concittadini - conclude Seccarecci - di soffermarsi un momento per ricordare l'importanza della vita. Sarà questo il nostro modo per essere vicini alle vittime».

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