Il Tirreno

Grosseto

Caro presidente, alla festa delle Poste chieda la riapertura dei piccoli uffici

Illustrissimo e gentile presidente, oggi Poste Italiane festeggerà il proprio 150° compleanno nella bellissima cornice del Circo Massimo a Roma. Sarà messa in mostra una macchina efficientissima,...

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Illustrissimo e gentile presidente, oggi Poste Italiane festeggerà il proprio 150° compleanno nella bellissima cornice del Circo Massimo a Roma. Sarà messa in mostra una macchina efficientissima, modernissima, specchiatissima e profumatissima. Noi sappiamo che ciò non basterà a mascherare tutto il marcio che nasconde e vorremmo che lo sapesse anche Lei. Lei giustamente parteciperà alla inaugurazione, incontrerà dirigenti in pompa magna e signore impomatate. Tutti saranno prontissimi a spiegare la bontà e la giustezza delle trasformazioni dell’azienda di Stato (100% del ministero dell’Economia e delle Finanze). Le chiediamo di non dimenticarsi di noi, del popolo che rappresenta, del suo popolo, le chiediamo di ascoltare le nostre istanze, che sono poi piccole richieste di giustizia. Vorremmo che sapesse che i dirigenti di Poste Italiane ed in primis l’Ad Massimo Sarmi (1,56 milioni di euro all’anno, 5 volte lo stipendio di Obama) stanno distruggendo un patrimonio che ha unito fisicamente e culturalmente l’Italia. Infatti tutti i cittadini italiani che vivono nei piccoli paesi, e sono milioni, non dovrebbero pagare amaramente le grandi manovre di alta finanza di Poste Italiane attraverso la chiusura degli uffici postali. Controlli sul web, si accorgerà che in tutta Italia vengono chiusi decine di uffici postali falsamente dichiarati diseconomici, falsamente perché non si può dichiarare diseconomica una funzione sociale che è vitale per i piccoli borghi di poche centinaia di abitanti. Così come non si può dichiarare diseconomica la scuola o l’ospedale, casomai dobbiamo combattere gli sprechi e qui si aprirebbe un capitolo immenso e intoccabile, anche dentro Poste (secondo i nostri calcoli se Sarmi prendesse solo, si fa per dire, 100 mila euro all’anno potremmo riaprire tutti gli uffici chiusi dal 2000 ad oggi. Considerando anche i clienti che Poste recupererebbe con questa operazione). Invece per fare cassa (Poste Italiane porta a casa un utile di 800 milioni di euro all’anno!) si chiudono gli uffici postali, proprio dove svolgono funzioni primarie, e si mandano a casa le lavoratrici e i lavoratori.

Noi del comitato Due Giugno abbiamo fatto una proposta gratis: facciamo in modo che gli uffici dei piccoli paesi non solo non chiudano, ma possano diventare una opportunità di semplificazione del viver quotidiano dei cittadini che pagano le tasse come tutti. Poste Italiane, infatti, potrebbe stipulare delle convenzioni vantaggiose con i Comuni, con le farmacie, ecc. Ecco che negli uffici postali dei piccoli paesi dove manca un po’ di tutto, si potrebbero trovare anche le medicine da banco o fare un certificato e mille altre cose ancora, basterebbe la volontà. Noi abbiamo fatto numerose proteste pacifiche dal 2006 ad oggi. Ultimamente abbiamo ripreso le contestazioni perché in provincia di Grosseto hanno chiuso definitivamente altri tre uffici postali (erano aperti solo una volta alla settimana): Casale di Pari (il paese dove è nato Tex Willer che tra l’altro ha pure gli stessi colori di Poste Italiane), Cana e Gerfalco. Ne chiediamo la riapertura. Uffici che a Poste non costano quasi nulla perché usufruiscono di locali in comodato gratuito. Durante le proteste, molte persone con difficoltà di movimento e soprattutto gli anziani che fino a poco tempo fa erano autonomi nelle loro faccende di risparmio e corrispondenza, si sono messi a piangere per la rabbia e la rassegnazione contro decisioni ingiuste. Oltre alle mille difficoltà per trovare i soldi per pagare le tasse, nei piccoli paesi si aggiunge quella di dover trovare un ufficio dove pagarle queste tasse. Uffici sempre più lontani e dove si concentrano sempre più persone e dove la fila obbliga ad ore di cristiana pazienza. Lo Stato non dovrebbe pugnalare alla schiena i cittadini. Non ci sono alternative a Poste Italiane: qui non c’è la banda larga, l’alfabetizzazione informatica è scarsa. Non si può chiudere l’unica strada di accesso ad un servizio senza aprirne contemporaneamente un’altra. Intanto oggi Roma, Poste Italiane e la politica si metteranno il vestito buono e faranno festa. Ridateci i nostri uffici postali signor presidente e a quella festa verranno anche i clienti dei piccoli centri.

Comitato Due giugno

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