Il Tirreno

Grosseto

Fa ricorso nel 2002, udienza nel 2012 ma ormai non serve

Emilio Guariglia
Fa ricorso nel 2002, udienza nel 2012 ma ormai non serve

Il 18 aprile 2012 a Firenze si riunisce la sezione prima del Tribunale amministrativo regionale (Tar) della Toscana. Tre magistrati (presidente e consiglieri) devono esaminare un ricorso...

3 MINUTI DI LETTURA





GROSSETO. Il 18 aprile 2012 a Firenze si riunisce la sezione prima del Tribunale amministrativo regionale (Tar) della Toscana. Tre magistrati (presidente e consiglieri) devono esaminare un ricorso presentato nel lontano 2002 e corredato da vari atti, tutti da valutare a fondo: un provvedimento del questore di Grosseto nei confronti di un’attività privata, il verbale di una riunione nella quale autorità locali e associazioni di categoria esprimono il loro parere in merito, la circolare ministeriale che regola la materia, il ricorso del privato colpito dal provvedimento stesso.

Una questione evidentemente importante, insomma. Tanto che in giudizio si costituiscono questura e ministero delle finanze, e tanto da approdare alla pubblica e decisiva udienza ben dieci anni dopo i fatti.

Ma di che si tratta? Il collegio giudicante deve decidere se fosse fondato il provvedimento emesso il 12 giugno 2002, col quale appunto il questore imponeva “prescrizioni circa l’orario di chiusura” di una sala destinata al gioco del bingo a Grosseto.

La sala in questione aveva da poco aperto i battenti, riscuotendo un grande successo, e probabilmente il vicinato s’era lamentato del copioso via vai serale. Così la pubblica autorità, avvalendosi della competenza attribuitale proprio pochi giorni prima da una circolare ministeriale, aveva messo dei limiti di orario.

Fin qui, dunque, un contenzioso di una certa rilevanza. Anche perché ambientato in una città, Grosseto, che ancora dieci anni dopo è alle prese con le mille guerre dei rumori e degli orari.

Ma c’è un ma. La sala bingo in questione è _ si legge negli atti _ quella “posta in Grosseto, via Emilia 20/26”. Sì, proprio quella chiusa nel 2007, trasferitasi in altra zona della città (meno abitata) e sostituita già dal 2008 da un supermercato Unicoop, del quale nessun vicino risulta essersi mai lamentato. Da almeno cinque anni, dunque, l’oggetto del contendere non esiste più.

Non a caso il 5 aprile 2012 il legale della (fu) sala bingo deposita la dichiarazione di cessato interesse a coltivare il ricorso, chiedendo che questo sia dichiarato improcedibile, con compensazione delle spese. Richiesta ovviamente accolta il 18 aprile dai giudici, non prima però di aver esaminato gli atti e ascoltato il relatore.

Dunque, ricapitolando: un’azienda vuol far valere le sue ragioni nel 2002. In attesa che la giustizia (sempre oberata nell’Italia iperlitigiosa e iperlegificata), dia risposte, nel 2007 l’azienda chiude e si trasferisce, perdendo ogni interesse rispetto a quelle ragioni. Ma la giustizia prosegue nel suo corso e, benché il soggetto ricorrente di fatto non esista più, nel 2012 (dieci anni dopo) celebra la prima udienza del processo, per sentenziare che non ha senso procedere. Per tutto questo, tre giudici impegnano del tempo, così come il cancelliere che trascrive, quello che archivia e quello che carica la sentenza on line.

La domanda sorge spontanea: quanto sarà mai costata allo Stato questa vicenda? Una domanda, in tempi di spending review, tutt’altro che oziosa. Al governo Monti l’ardua (e questa sì, non inutile) sentenza.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il dolore

San Giuliano Terme, è morto Tiziano Taccola: storico dirigente socialista

di Redazione Pisa