Il Tirreno

Grosseto

Un tram fuori dagli schemi Attesa brivido per Latella

di Francesca Ferri
Un tram fuori dagli schemi Attesa brivido per Latella

Lo spettacolo del 4 aprile al Moderno fa già discutere per scene di sesso e regia Dopo la polemica su Perrotta, il Comune gioca d’anticipo e scrive agli abbonati

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GROSSETO. Ha ricevuto recensioni entusiastiche e Grosseto sarà la sua unica data in Toscana. Ma non è solo per questo che “Un tram che si chiama desiderio”, lo spettacolo che Antonio Latella porta in scena mercoledì 4 aprile al Teatro Moderno, sta creando tanta attesa in città.

Una scrittura e una messinscena definite «sconvolgenti» e «disturbanti», scene di sesso, una rappresentazione che «crea disagio»: così la critica descrive il dramma che Latella ha tratto dall’originale di Tennessee Williams del 1947, poi portato al cinema da Elia Kazan quattro anni dopo. Insomma, uno spettacolo che potrebbe creare un secondo “caso teatro” a Grosseto dopo le polemiche per lo “scomodo” “I cavalieri” di Mario Perrotta, che tanta indignazione suscitò per il linguaggio infarcito di parolacce – edulcorate rispetto all’originale di Aristofane, peraltro – e costrinse la Fondazione Grosseto Cultura a scuse formali con gli abbonati.

Oggi il Comune mette le mani avanti e scrive in anticipo agli abbonati una lettera di presentazione. Ma cosa c’è di tanto sconvolgente nello spettacolo? Giriamo la domanda al regista, Antonio Latella.

«Raccontare ciò che succede in due righe non è facile, ma sinceramente credo che in questo mio spettacolo non ci sia nulla di sconvolgente o disturbante, a parte la scelta di tenere le luci sempre accese per far provare al pubblico lo stesso disagio che la protagonista prova nello stare sotto la luce. Un disagio costante che la rende incapace di proteggersi come può fare una lampadina nuda avvolta e protetta da un paralume, magari rosso. Le parole sono la sola arma che gli attori usano e non credo che le parole di Williams oggi siano sconvolgenti o dissacranti, almeno me lo auguro».

Cosa l’ha spinta a lavorare sull’opera di Williams?

«La voglia di affrontare un classico del teatro del Novecento americano. Quest’anno il lavoro che faccio verte tutto sulla letteratura e sul mondo americano. Con la mia compagnia stabile-mobile stiamo mettendo in scena anche il progetto “Francamente me ne infischio” su “Via col vento”».

Cosa l’ha attirata e come ha rielaborato questo classico?

«Mi hanno attirato Blanche e il suo mal di vita. L’ho rielaborato accettando la sua malattia e confrontandomi passo dopo passo e battuta dopo battuta con il suo dolore e il suo bisogno assoluto d’amore».

Cosa porta con sé lo spettatore quando esce dalla sala?

«Credo che ogni spettatore porti con sé qualcosa di fortemente privato, che magari da tempo aveva scelto di tenere nascosto anche a se stesso. Ma questo è veramente soggettivo e, da parte mia, sarebbe presuntuoso pensare di saper cosa lo spettatore si porti a casa. Io sarei già felice se lo spettacolo facesse venire agli spettatori la voglia di discutere e confrontarsi su ciò che hanno visto».

C’è una ragione “culturale” che l’ha spinta a scegliere il palcoscenico grossetano per l’unica data in Toscana?

«Assolutamente no, non scelgo io le date e le repliche dei miei spettacoli, soprattutto di quelli che non sono prodotti dalla mia compagnia».

“I cavalieri” di Perrotta ha dato letteralmente una scossa al pubblico di provincia. Anche il suo arrivo risponde a questa esigenza?

«Sarebbe bello creare discussione, creare voglia di confrontarsi su letteratura, teatro, arte, musica. Sarebbe come dire che finalmente qualcosa nel nostro Paese sta cambiando. Credo che le urla quotidiane della televisione dei vari “Porta a porta” abbiano stancato un po’ tutti, almeno me lo auguro».

C’è una fascia di pubblico al quale sconsiglierebbe di vedere lo spettacolo? E perché?

«No, non c’è. È uno spettacolo che può appassionare tutti, nel bene e nel male».

Chi, invece, vorrebbe fosse in sala? E perché?

«Tutti. Il teatro vive solo con il pubblico che deve essere pubblico vivo e non numerini definiti sotto il nomignolo di abbonati».

La città è già in subbuglio. Che ne pensa della lettera di “preavviso”?

«Che tristezza!».

Le è mai capitato prima?

«Sì ed è stato entusiasmante. Mi chiedo cosa sarebbe accaduto se da voi fosse venuto Castellucci».

Che effetto le fa?

«Non mi fa nessun effetto: ogni giorno vediamo in televisione o leggiamo sui giornali cose che ci farebbero gridare allo scandalo ma la città resta a guardare. Poi in teatro ci adiriamo; mi sembra un po’ ipocrita».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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