Trasporti
Polyteckne, caso chiuso «Ma nessuno festeggi»
MASSAMARITTIMA. Oggi alle 15,30 Massa Marittima ospita un incontro importante: nel Palazzo dell’Abbondanzasi “celebra” l’accordo tra enti locali e Syndial per la bonifica dell’area Polytekcne,...
MASSAMARITTIMA. Oggi alle 15,30 Massa Marittima ospita un incontro importante: nel Palazzo dell’Abbondanzasi “celebra” l’accordo tra enti locali e Syndial per la bonifica dell’area Polytekcne, azienda che aveva la sua sede a Fenice Capanne. Un incontro su “Le bonifiche minerarie” al quale interverranno il sindaco Bai, l’assessore regionale Bramerini, il presidente della Provincia, Marras, la società Syndial e e rappresentanti dell’Unione dei Comuni delle Colline metallifere.
Si parlerà degli aspetti virtuosi di questo accordo, ma c’è una storia – dietro quel sito – per cui qualcuno chiede di “festeggiare” a voce bassa.
È Roberto Barocci, leader del forum ambientalista toscano, che ripercorre la vicenda. «Nel ’98 –ricorda – la Procura di Monza pose sotto sequestro 100mila tonnellate di batterie per auto frantumate, che l'Eni stava lavorando in Lombardia, e quantificò in 60 miliardi di vecchie lire il costo che, al tempo, Eni avrebbe dovuto sostenere se quei rifiuti fossero stati smaltiti in modo legittimo».
La Procura però in seguito «dissequestrò quei rifiuti solo perché dirigenti Eni presentarono la certificazione attestante l'esistenza, a Fenice Capanne, di impianti unici in Italia, autorizzati a lavorare quei rifiuti tossici e nocivi». In realtà così non era. La Polyteckne non era abilitata a quelle delicate lavorazioni e nel 2002 esplose il caso: alcuni lavoratori vennero ricoverati e nel loro sangue fu trovata una percentuale di piombo (materiale assai pericoloso, contenuto proprio nelle batterie esauste) ben superiore alla norma.
Nel febbraio 2009 l’accordo tra enti pubblici e Eni, in base al quale la società avrebbe smaltito i suoi rifiuti rimasti a Fenice Capanne, realizzato la bonifica, ma non avrebbe indennizzato i lavoratori.
«Criticammo quell’accordo», ricordando come «parte di quegli operai, avvelenati da piombo, si erano costituiti in giudizio davanti al giudice del lavoro del tribunale di Grosseto contro la Polytekcne».
«Tutti - accusa Barocci – sapevano perfettamente della insolvibilità della Polyteckne», eppure nessuno nelle istituzioni, a suo dire, fece nulla per chiamare in causa anche Eni sul danno alla salute. «I fatti hanno confermato: i lavoratori, pur avendo avuto ragione in tribunale, stanno ancora aspettando gli indennizzi, poiché, come previsto, l’amministratore della Polytekcne è fallito. Coloro che hanno fatto risparmiare all'Eni i 40 miliardi festeggino pure, ma si chieda almeno scusa a questi lavoratori».
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