Il Tirreno

Grosseto

Abusi alla Cantoniera, tre condanne

di Francesca Ferri
Abusi alla Cantoniera, tre condanne

Committente e direttori dei lavori dichiarati colpevoli per il “muro della vergogna”. Assolti tutti i dipendenti del Comune

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MONTE ARGENTARIO. Quattro assolti e tre condannati. Si chiude così il processo di primo grado per i sette imputati per le opere costruite alla casa cantoniera di Porto Santo Stefano, la “madre” della maxi inchiesta sugli abusi edilizi all’Argentario.

Proprio dalla spiaggia di Porto Santo Stefano e dagli interventi edilizi eseguiti sulla casa cantoniera che vi si affaccia era partito il terremoto che ha scosso l’Argentario delle costruzioni. Qui nel 2006 gli inquirenti cominciarono ad indagare sui lavori di sbancamento del terreno davanti all’edificio e di costruzione di un muro in cemento e di un’autorimessa interrata commissionati dall’imprenditore Benedetto Fedeli. Il progetto fu presentato dall’architetto Angelo Collantoni e approvato sia dall’ufficio tecnico del Comune, in particolare dai funzionari Massimo Benedetti e Claudia Casalini, che dal Collegio ambientale, formato da Augusto Donati e Antonella Sabato. Le opere furono eseguite sotto la direzione lavori di Angelo Collantoni e la direzione opere di Nazareno Bocchia.

Sotto accusa soprattutto il muro in cemento, ribattezzato «il muro della vergogna». «È palese - scriveva il pm Stefano Pizza - che il muro di contenimento sul confine del Demanio è di fatto stato realizzato senza provvedimento legittimante e senza la necessaria autorizzazione paesaggistica».

I due ambiti, edilizio e paesaggistico, furono poi divisi e il processo che si è concluso lunedì ha riguardato solo il primo aspetto e in particolare l’aver autorizzato e realizzato le opere senza permesso a costruire, aver costruito su suolo demaniale marittimo senza autorizzazione (reato previsto dal codice della navigazione) e per aver alterato le bellezze naturali del paesaggio.

Il giudice Andrea Stramenga del tribunale di Orbetello ha assolto tutti per la costruzione dell’autorimessa e, in particolare Fedeli, Collantoni e Bocchia perché il fatto non costituisce reato; Benedetti, Sabato, Donati e Casalini per non aver commesso il fatto.

Tutti assolti anche per la costruzione su suolo demaniale e aver alterato bellezze paesaggistiche: il fatto non sussiste.

Il giudice ha però condannato Benedetto Fedeli, Angelo Collantoni e Nazareno Bocchia a due anni e 10mila euro di ammenda, più pagamento delle spese processuali (pena sospesa) per la costruzione del muro, escludendo però le aggravanti richieste dal pm (più di cinque persone implicate e abuso di potere).

Il giudice ha anche ordinato la demolizione del muro. «Queste assoluzioni sono un fatto abbastanza rilevante», spiega l’avvocato Umberto Gulina, legale di Claudia Casalini. «È una sentenza di un magistrato che ha estromesso dal processo, assolvendoli, due funzionari comunali e due membri del collegio - spiega Gulina - e questo potrebbe incidere favorevolmente sulla loro posizione anche nel cosiddetto processo “Donati più 45”», quello sulla presunta “cupola” che all’Argentario avrebbe gestito in modo irregolare le pratiche urbanistiche e del quale proprio stamani vengono depositate le trascrizioni delle intercettazioni.

«Aspettiamo le motivazioni fra 60 giorni - spiega l’avvocato Bruno Leporatti, difensore di Benedetti - ma per il mio cliente posso dire che l’esito è pienamente soddisfacente».

Gli altri difensori erano: Santi Laurini per Antonella Sabato, Infelisi per Augusto Donati, Arcioni per Angelo Collantoni e Siggia per Fedeli e Bocchia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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