Il Tirreno

Grosseto

Schiacciato da una gru muore operaio di 41 anni

di Francesca Gori

Capo magazziniere della Vibralcementi colpito dal braccio del “merlo” al torace Stava facendo manutenzione al mezzo, la disperazione dei suoi colleghi

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GROSSETO

“Gnani” era salito sul merlo, una gru utilizzata per sollevare pesi. Sapeva bene cosa stava facendo: da cinque anni lavorava alla Vibralcementi, azienda edile e di noleggio attrezzatura e di quel piazzale conosceva ogni minimo segreto.

Ieri mattina, un vetro della cabina del merlo era andato in frantumi. La giornata di lavoro stava quasi per finire quando Flavio Montagnani, 41 anni, capo magazziniere dell’azienda, si è messo a fare manutenzione a quella gru. Era nella cabina del merlo, stava raccogliendo i pezzi di vetro rimasti nel vano quando si sono staccati e sono caduti sul pavimento del mezzo. Si è chinato e forse, inavvertitamente, ha spinto la leva che comanda il braccio gru telescopico. Quell’arnese di ferro, pesante, si è abbassato di colpo colpendolo al torace. Un tonfo sordo e Flavio è rotolato giù dal merlo, restando ucciso, probabilmente sul colpo.

Nel magazzino, con Flavio, c’era il meccanico che ha dato l’allarme. La signora Pina, moglie di Alvo Gentili, titolare dell’azienda è corsa immediatamente lì. In quel capannone, accanto a quella gru verde, Flavio ormai non respirava più. Il medico del 118 ha tentato di rianimarlo, ma per Flavio non c’è stato più niente da fare. È morto così, sotto gli occhi dei colleghi che fino a pochi minuti prima avevano scherzato insieme a lui.

Flavio da cinque anni lavorava alla Vibralcementi. Lui in magazzino, il fratello di pochi anni più grande alla contabilità.

La ditta di via Aurelia Nord non è un’azienda come tutte le altre. Alvo Gentili l’ha fondata nel 1959 e da allora l’ha sempre diretta, con la moglie Pina, il figlio e i dipendenti come se fossero tutti una grande famiglia. L’imprenditore era ancora in sede quando è successo l’incidente. I dipendenti hanno dovuto chiamare il suo medico di famiglia, perché in quel capannone non era morto un operaio, un magazziniere, ma era morto un altro figlio, un ragazzo che aveva perso il padre anni fa e che ogni giorno aveva quel sorriso magnetico riservato a tutti.

Nel piazzale dell’azienda il via vai di operai a testa bassa e cappello di lana in testa è stato continuo per tutta la sera. Poi, poco a poco hanno cominciato ad arrivare anche gli amici, richiamati da un tam tam via sms, telefonate e post su Facebook.

Accanto alla gru, il corpo di Flavio era coperto dal lenzuolo e i tecnici della prevenzione sui posti di lavoro dell’Asl, insieme agli agenti della polizia, hanno lavorato ore per ricostruire la dinamica dell’incidente.

Nessuno, ieri sera aveva voglia di parlare. A mezza bocca soltanto pochi commenti. «Non si può morire a 40 anni, non è giusto». Lo chiamavano Gnani, Labbrino. Erano questi i suoi soprannomi. Soprannomi ripetuti da tutte quelle persone che piano piano sono arrivate nel piazzale della Vibralcementi.

Nessuno si sa spiegare come sia potuto accadere un incidente del genere. Davanti a quel merlo c’era anche Paolo Lecci, presidente del consiglio comunale, amico di famiglia dei Giuntini. «Hanno fatto della sicurezza sul lavoro il loro cavallo di battaglia - dice - e nonostante i tempi di crisi nell’edilizia, non hanno mai pensato di mandare via nessuno. Questa tragedia tocca questa famiglia molto da vicino».

Perché Flavio in quell’azienda lavorava da cinque anni insieme al fratello, perché Flavio ormai era diventato parte di quella famiglia che a un certo punto è rimasta ammutolita davanti al suo corpo, alla felpa che indossava, alle scarpe antinfortunistica che aveva in piedi.

Una fatalità che nessuno poteva prevedere e probabilmente evitare. Lui sapeva cosa stava facendo e lo sapeva bene. La sua gamba ha toccato quella leva, il merlo era acceso, lui lo aveva lasciato in moto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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