Proteste
«Il chimico non è responsabile della salute»
Riccardo D’Ambra difende le analisi del padre sui gessi rossi della Tioxide dalle accuse di Barocci
SCARLINO
A scatenare il dibattito a Scarlino, nella piana industriale, sono ancora i gessi della Tioxide. Punto per punto, Riccardo D’Ambra dell’associazione Libellula di Follonica smonta quanto detto da Roberto Barocci, di Rete ambiente Grosseto, in merito ai gessi della Tioxide. Documenti alla mano, il tecnico parte dalla classificazione del materiale in questione: i gessi rossi.
«A termine della legislazione vigente in materia di rifiuti, definiti quale rifiuto speciale pericoloso» riporta la nota di Barocci. «La legge a cui bisogna far riferimento non dipende dal materiale, ma dall’utilizzo che se ne vuole fare» spiega D’Ambra. In questo senso, occorre distinguere tra il gesso rosso, uno scarto, e l’Agredess, «ovvero un co-prodotto (anche se materialmente identico) che ha un utilizzo in agricoltura»; qui «la legge è quella sui fertilizzanti ed è per questo che il prodotto ha ottenuto l’ok dal ministero». Stesso discorso vale per le ceneri di pirite Eni.
D’Ambra spiega che «fu proprio la Regione Toscana a commissionare i collaudatori per bonificare i terreni contenenti le ceneri».
Ma la polemica nasce intorno al padre di D’Ambra, Luciano, chimico e autore di alcune analisi poi usate con lo stesso metodo da Eni. «Metodo – dice Barocci – (che consentiva di attestare la innocuità delle ceneri di pirite) non valido, consentendo ai dirigenti di aggirare la legge ed ottenere autorizzazioni». «Un’analisi chimica non attesta se un prodotto è innocuo o nocivo. – controbatte D’Ambra - Un chimico non può avere competenza nel valutare la pericolosità sull’uomo di un prodotto entrando in un campo riservato alla medicina». Barocci fa riferimento anche un rapporto di polizia giudiziaria, che «definì illegittime – riporta la nota - le certificazioni presentate alla regione da Eni, per aggirare le norme, basate su analisi effettuate con lo stesso metodo usato dal Luciano D'Ambra».
Riccardo controbatte dicendo che «il riferimento è fatto a tutt’altra situazione, non pertinente in quanto in presenza di acidità in una miniera e qui invece si parla di bonifiche con fondo impermeabile di sostanza inorganica in assenza di acidità. Non è possibile prendere un atto di un processo e riportarlo in una situazione completamente differente solo perché si parla dello stesso tipo di metodo analitico». Barocci ha concluso il suo intervento dicendo che non voleva diffamare nessuno. «Il termine “analisi truffaldine” – conclude D’Ambra- presuppone il dolo e non il semplice errore (qualora ci fosse) del metodo analitico usato».
Alfredo Faetti
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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