Il Tirreno

Grosseto

Esplosione Agrideco, chiesto il processo

di Pierluigi Sposato
Esplosione Agrideco, chiesto il processo

Udienza preliminare a quasi 4 anni dall’incendio: quattro indagati per i rifiuti, due anche per omicidio colposo e lesioni

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SCARLINO

Sono indagati in quattro. Tutti per la costituzione della presunta associazione finalizzata al traffico illecito di rifiuti, con rifiuti speciali pericolosi trasportati senza il formulario di legge o con dati incompleti. Due anche per omicidio colposo e lesioni gravi conseguenti all’esplosione e all’incendio.

Oggi, davanti al giudice Valeria Montesarchio, è il giorno dell’udienza preliminare per il caso Agrideco: l’esplosione nell’impianto a La Botte di Scarlino delle 13,40 del 26 giugno 2008 in cui rimase ucciso un operaio rumeno padre di tre figli, Doru Martin, 47 anni, e gravemente ustionato un collega, Mario Cicchiello, 64 anni. Martin dilaniato e morto sul colpo, Cicchiello ferito da ustioni di terzo grado al collo, al volto e ai quattro arti, con gravi danni all’apparato respiratorio, con malattia che ha messo in pericolo la vita e che ha determinato conseguenze permanenti. Il sostituto procuratore Alessandro Leopizzi ha chiesto il giudizio per Stefano Rosi (difesa Niccolai e Leporatti), presidente del cda e legale rappresentante di Agrideco, e di Luca Tronconi (avvocato Niccolai) vice presidente e responsabile dell’impianto. Ma anche di Federico Lattanzi (difesa Celli e Giorgi), socio e membro del cda, competente per le questioni tecniche e amministrative, e Paolo Meneghetti (avvocato Vasoin), anche lui socio e membro del cda con incarichi relativi al settore commerciale.

La Procura contesta a Rosi e Tronconi l’inosservanza delle norme relative alla prevenzione infortuni e la mancanza di un’idonea valutazione dei rischi anche nella scelta delle attrezzature di lavoro e delle sostanze impiegate. Ai datori di lavoro di Martin e Cicchiello viene contestata la mancanza di una «adeguata informazione sui rischi specifici cui erano esposti», di un addestramento specifico «anche rispetto alle conoscenze linguistiche». La Procura contesta anche la mancata prevenzione della «formazione di atmosfere esplosive» e il mancato rinnovo tempestivo del certificato di prevenzione incendi. Tutto ciò aveva causato l’incendio «sviluppatosi in conseguenza della triturazione di bombolette spray che ha causato la fuoriuscita di gas esplosivi ed infiammabili, da cui sono divampate le fiamme per l’innesco di una casuale scintilla». Martin restava investito dalle fiamme mentre manovrava il braccio telescopico con benna a polipo; Cicchiello, che lavorava nei pressi, era rimasto ustionato.

Applicate a gennaio 2010 alcune misure cautelari, tra carcere, domiciliari e divieti, il procedimento si era ingigantito e si era articolato in una serie di tronconi poi inviati, per competenza, ad altre procure italiane. In via Monterosa era rimasto lo spezzone relativo all’incendio, alla morte e ai presunti illeciti nel trasporto dei rifiuti. I tempi si sono dilatati proprio in considerazione della complessità del fascicolo, che contiene anche le consulenze di carabinieri del Nucleo ambientale, Asl e Arpat. Per un quinto indagato per omicidio e lesioni, il responsabile del servizio protezione e prevenzione, non è stato chiesto il processo.

C’è invece un procedimento civile aperto dagli eredi di Martin (avvocato Picchi) e dai familiari di Cicchiello (avvocato Bianchi) proprio a causa del protrarsi delle indagini. Poiché a oggi non vi è stato ancora alcun risarcimento del danno, confermano i difensori, né gesti indirizzati in tal senso, i familiari hanno avviato da tempo l’azione civile. Sono già state celebrate alcune udienze e le prossime saranno riservate a prove testimoniali. Né Picchi né Bianchi si costituiranno oggi parte civile nel procedimento penale ma solo perché hanno preferito che le richieste dei propri assistiti vengano soddisfatte in altra sede.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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