Proteste
«Rivogliamo soltanto la nostra isola»
La toccante lettera di un abitante che ha vissuto l’arrivo dei naufraghi: di quella notte ricordo soprattutto le urla
ISOLA DEL GIGLIO
«Rivogliamo la nostra isola»: con una lettera ai gigliesi l’isolano Giuseppe Monti incarna l’aspirazione della gente di tornare quanto prima alla normalità. «Quello che è cambiato, da quella notte tra il 13 ed il 14 di gennaio, è sotto gli occhi di tutti. O meglio, è sotto gli occhi di tutti quelli che al Giglio ci sono tornati per almeno un paio di giorni, e si sono lasciati impregnare l’anima da questa atmosfera densa di tristezza, ansia, angoscia, e quel filo di speranza legato alla fiducia verso chi ha in mano il nostro destino che, purtroppo, non siamo più noi».
«Eppure quella notte aveva tirato fuori da tutti il meglio: ho vissuto i primi momenti come un evento più da fotografare che da temere, certo che l’imponenza di cotanta nave bastasse da sola a renderla sicura e stabile; abbiamo visto le prime scialuppe arrivare a terra e poi in pochi minuti un’invasione di storie, razze, lingue. La mia gente, dapprima spaesata e un po’ intimorita, ha capito dopo pochi istanti che non c’era nulla da chiedere e tutti si sono mossi autonomamente, facendo quello che in maniera più spontanea gli venisse dal cuore e da secoli di esperienza nell’arte di arrangiarsi, propria di noi isolani».
«Il primo mio pensiero però è stato un vago senso di colpa, per aver goduto dello spettacolo offerto da quelle grandi navi negli anni passati, di quei passaggi sempre molto spettacolari e sempre ritenuti sicuri, senza mai dubitare del comandante di turno; senso di colpa nei confronti di chi scendeva impaurito per primo, senso di colpa verso quelli che mi guardavano con gratitudine attraverso il buio degli scogli del Lazzaretto, solo perché illuminavo loro il sentiero da percorrere coi piedi scalzi e lacerati dagli scogli, o per quel giacchetto che era l’unico indumento che potevo donare in quei momenti».
«Di quella sera mi rimangono nelle orecchie le urla disperate che provenivano dalla nave che si inclinava sempre di più. Da lì in poi non c’è più stato spazio per pensieri e riflessioni, si è vissuto come in apnea un periodo lungo e che si prospetta indefinito; abbiamo assistito all’assalto e alla conquista del nostro Porto, delle nostre strade e delle nostre piazze. E poi giornalisti ovunque, invadenti ed ingombranti con i loro mezzi: erano pur sempre il nostro unico tramite con il dramma che avveniva a pochi metri da casa nostra, ed in tanti abbiamo ceduto alla tentazione di prenderci un quarto d’ora di celebrità».
«Adesso, a 18 giorni di distanza, si aggiungono sentimenti nuovi: il sentirsi umiliati, per esempio, da quanti arrivano sull’isola con l’intento di vedere il relitto. Ci sentiamo tutti molto stanchi, ma non abbattuti; chi in questi giorni si batte per avere più risposte possibili, in realtà nasconde dentro una gran voglia di riprendersi “casa”, di tornare protagonista del proprio destino, e di dire che vabbè, vi abbiamo lasciato fare, ma da adesso in poi dovete tornare a chiedere “permesso”, dovete tornare a convincerci che tutto verrà fatto a regola d’arte, perché quello che vogliamo noi, in fondo, non è soltanto una stagione florida che dia il pane quotidiano a tutti: quello che rivogliamo indietro è la nostra vita, la nostra serenità, il nostro incontrarsi tutti i giorni e avere il tempo di salutarsi almeno, la passeggiata sul molo e il bagno allo scalettino, l’acqua pulita e le panchine del “gazzometro”, e tutte quelle belle cose per cui abbiamo scelto di vivere qua su un’isoletta.Tutto quello che rivogliamo indietro, in fondo, è solo il nostro Giglio».
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