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Grosseto

Le aziende agricole sul piede di guerra «L’Imu ci strangola»

Le aziende agricole sul piede di guerra «L’Imu ci strangola»

Case rurali e immobili produttivi finora non pagavano l’Ici con la nuova imposta verseranno 4-5mila euro in più

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di Gianni Parrini

GROSSETO

Case, negozi, ristoranti. Ma soprattutto stalle, fienili e porcili. Tutti si lamentano per gli aumenti causati dall’Imu, l’imposta municipale unica che va a sostituire l’Ici, ma c’è una categoria che ha fondati motivi per alzare la voce più degli altri.

È quella degli agricoltori, per i quali l’Imu non rappresenta un semplice aumento di spesa, ma un vero e proprio nuovo balzello. Finora, infatti, i fabbricati accatastati come A6 (casa rurale) o D10 (fabbricati per funzioni produttive connesse alle attività agricole) non pagavano l'Imposta comunale sugli immobili. Ma con la ribattezzata “imposta sulla stalla” la musica cambia: l'articolo 13 del decreto “Salva-Italia” dedicato all’Imu, spiega che «l'aliquota è ridotta allo 0,2 per cento per i fabbricati rurali ad uso strumentale. I Comuni possono ridurre la suddetta aliquota fino allo 0,1%».

In termini economici, queste poche righe corrispondono a qualche migliaio di euro di spese in più per i titolari delle aziende agricole. Cifre che rischiano seriamente di mettere in ginocchio un settore che già da anni non gode di ottima salute, ma che in provincia di Grosseto continua a contare circa 11mila imprese.

Facciamo qualche esempio dei rincari, tenendo conto che i Comuni decidendo di variare l’aliquota dallo 0,2% allo 0,1%. Per un fabbricato di categoria D/10 ad uso stalla di superficie di 480 metri quadrati con rendita di 3.800 euro, l'imposta si calcola moltiplicando la rendita per il 5% di rivalutazione. Fanno 3.990 euro che vanno moltiplicati per 60 (coefficiente moltiplicatore dei fabbricati del gruppo D), per un totale di 239.400 euro che va a sua volta moltiplicato per 0,2% (aliquota ridotta). Ne derivano 478,80 euro arrotondati a 479 euro. In caso l'aliquota venga ridotta dal Comune allo 0,1%, il calcolo sarà di 239.400 x 0,1, per un totale di 239 euro.

A ciò bisogna aggiungere gli aumenti che gravano sulla casa. Per una abitazione principale “rurale” di tipo A/3, con rendita catastale di 680 euro si moltiplica la rendita per il 5% di rivalutazione rendita, per 160 (coefficiente moltiplicatore) e per 0,4% (aliquota ridotta). Fanno 456,96 euro, a cui vanno sottratti i 200 euro di riduzione per le abitazioni principali. In tutto si verranno a pagare 256,96 euro. Se a questo si aggiungono i rincari sui terreni agricoli, si può stimare che un’azienda con 15-20 ettari di campi, più stalle, fienili e altre strutture, si troverà a dover sborsare 4-5mila euro in più all’anno.

Ci saranno anche inevitabili complicazioni burocratiche, che in molti casi obbligheranno i titolari a ricorrere a un professionista per l'iscrizione nel catasto dei fabbricati. Come spiega il Sole24ore, infatti, per gli immobili rurali che ancora oggi sono legittimamente iscritti nel Catasto dei terreni, il decreto salva Italia prevede l'obbligo di iscrizione tra i fabbricati entro il 30 novembre 2012. Dato che per l'accatastamento c'è tempo fino a fine novembre e la prima rata dell'Imu va pagata entro il 18 giugno, potrebbero esserci alcuni proprietari che – al momento del versamento – non conoscono la rendita esatta su cui calcolare l'imposta. In tal caso, si dovrà pagare sulla base della rendita di un fabbricato simile e poi calcolare il conguaglio.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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