Sicurezza
Un lento declino nel nome dell’amore
Nei ricordi dei grossetani “over anta” il paradiso delle prime passioni, nei graffiti di oggi il girone infernale dell’inciviltà
di Emilio Guariglia
GROSSETO
Di cosa parliamo quando parliamo d'amore? L’enigma di Raymond Carver attraversa le Mura di Grosseto tra passato e presente. “Amore” è la parola più ricorrente nei racconti dei grossetani over anta che ricordano le Mura di allora come il teatro dei primi baci; “amore” è la parola tormentone che – pennarello o spray – deturpa ogni pietra, ogni albero, ogni panchina, ogni cosa delle Mura oggi. E “frutti dell’amore” sono i mille fazzoletti di carta gettati ovunque (mai nei cestini) e che solo l’innocenza dei bimbi associa al raffreddore.
Tra il paradiso di ieri e l’inferno del 2012, l’infinito purgatorio dell’abbandono. Trenta anni e più di grandi progetti e di annunci per “il più importante monumento cittadino”, rimasti lì, in cerca d’autore.
Le bellissime Mura Medicee di Grosseto oggi più che attirare respingono. E percorrerle tutte – dal Bastione Garibaldi alla Rimembranza – è un viaggio nella rabbia. Ma istruttivo.
La paralisi. Vi si incontra infatti e vi si scopre la paralisi delle istituzioni, che sembrano aver rinunciato al primo passo, il recupero “fisico” dei bastioni. Ne sono simboli l’incompiuto Bastione Maiano, pericolosissimo monumento allo spreco; e le transenne del Mulino a Vento, lì da decenni e ormai parte della vegetazione.
La desertificazione. Il mancato recupero fisico porta la disaffezione sociale: così tristi, le Mura non le cerca più nessuno.
L’inciviltà. Nessuno, tranne chi nel degrado e nel deserto sguazza: vandali, ma anche e soprattutto ordinari maleducati. E così ecco i cestini portarifiuti spaccati, uno ad uno; i cespugli usati come cassonetti, i sentieri come cacatoi per cani, i sottopassi orinatoio, le troniere discarica, i muri agenda.
L’assalto degli incivili ha un costo altissimo, di fronte al quale le istituzioni rinunciano pure alla fatica di Sisifo di risistemare ciò che avevano già rimesso a nuovo, come il Cassero o l’arena Cavallerizza.
Così si chiude il cerchio dell’abbandono: io non ti do un luogo accogliente, tu non lo frequenti, chi lo frequenta ne abusa, io non faccio più nulla per renderlo accogliente.
Una catena che pare impossibile spezzare. Poi però, quando stai per alzare le braccia, ti affacci su via Ximenes e vedi il Parco Pollini. Rifatto da un anno, pieno di gente, pulito come il primo giorno. Lì vandali e degrado non ci vanno, e non solo perché di notte è chiuso dai cancelli: i cancelli si scavalcano o si rompono, come le recinzioni del Maiano. Il fatto è che quel luogo è stato recuperato e consegnato a un’esigenza sociale concreta.
Il segreto è qui. Da qui può ripartire la storia d’amore (vero) tra Grosseto e le sue Mura.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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