La manifestazione
Quando l’amore nasceva al Gatto Bigio
Il pittore Fosco Tarsi, classe 1924, racconta gli anni del dopoguerra. Quando i bastioni erano luoghi di gioia e speranza
di FOSCO TARSI
Nel 1936 avevo 12 anni. Abitavo con la mia famiglia, in fondo a via Garibaldi, proprio davanti la Fortezza Medicea.
La giungla di via Saffi. I giochi dell’adolescenza, non potevano che essere frequentati “sulle mura”. In un angolo delle mura, all’altezza di via Saffi, vi era un posto ricco di vegetazione. Alberi molto vicini tra loro, con una ramificazione ricca. Per noi ragazzi, rappresentava una vera giungla. Il nostro “doposcuola” lo passavamo lì. Ogni pomeriggio, con incoscienza, facevamo a gara per imitare le gesta di Tarzan. Saliti con una scala posticcia nell’albero preferito, riuscivamo ad afferrare, con le mani, ramo dopo ramo, albero dopo albero, senza l’aiuto di una corda. Imitavamo le gesta di Cita, la scimmia di Tarzan. Non a tutti però riusciva. Infatti è visibile il segno cicatrizzato che porto sotto il mento, per la rovinosa caduta dall'albero preferito! Nel lanciarmi nell’albero accanto, il ramo si spezzò, mentre lo afferravo con le mani. Una botta terribile. Al pronto soccorso del Misericordia qualche punto sotto il mento e via, a giocare di nuovo con gli amici nella giungla.
I cancelli per la Patria. Disgraziatamente quell’anno, furono applicate le sanzioni contro il nostro Paese. Per mancanza di materie prime, il regime predicava il recupero di qualsiasi rottame ferroso: “Ferro alla Patria”. Anche noi studentelli di V elementare, fummo mobilitati per raccogliere dove capitava questo materiale. I nostri insegnanti ci predicavano che la Patria ne aveva bisogno. Queste raccomandazioni, le prendemmo come un gioco. In verità qualcosa riuscivamo a trovare; qualche vecchia rete da letto e qualche "pitale" arrugginito. Il tutto fu portato al posto di raccolta di piazza Dante. Purtroppo, a farne le spese furono le storiche cancellate che circondavano le mura medicee. Allora, assistemmo allo scempio: veder tranciare con la fiamma ossidrica tutte le antiche storiche inferriate. Tonnellate di ferro buttate nel mucchio di piazza delle Catene. Quel momento è come lo vivessi ancora. Per Grosseto fu una mutilazione insopportabile.
La Cavallerizza conquistata. Passati gli anni della adolescenza e riposti i pantaloni corti, ci aspettavano momenti difficili, la guerra era terminata da poco. Molto ancora era da ricostruire, soprattutto il morale della gente. Dovevamo dimenticare presto. Nel 1946 Nasce in tutta Italia il “Fronte della Gioventù”. Anche Grosseto ebbe la sua sede in uno scantinato delle scuole elementari di piazza della Vasca. Desiderosi di dare un contributo attivo, aderirono il sottoscritto, Mauro Mancini, Mario Migliorini, Ennio Busonero, Brunello Cipriani, Orlando Ciacci, Ulisse Donnini, e altri. Con gran lena, ci mettemmo a lavorare, elaborando un programma di iniziative compatibili al momento.
Il Gatto Bigio. Una delle prime, individuare un locale all’aperto che facesse al caso nostro. Mettemmo gli occhi sull'antica struttura sulle mura, detta “Cavallerizza”. Con l’imminente arrivo della stagione estiva, la si poteva usare come luogo d'intrattenimento. Il locale abbandonato da anni, si presentava in uno stato pietoso, andava rifatto. Il sindaco Lio Lenzi, primo cittadino del dopoguerra, ci incoraggiò dandoci carta bianca per “ricostruire” la struttura, ovviamente a nostre spese. Il Comune era al verde, i soldi a quell’epoca chi li vedeva!
Non so come si fece ad ottenere un prestito dalla Banca dell'Agricoltura. I soci Tarsi, Cipriani e Ciacci, erano i garanti, firmarono cambiali a più non posso. Ottenuti i soldi dalla Banca, ci rimboccammo le maniche e con grande entusiasmo, e con l’aiuto di qualche babbo muratore, iniziò l’operazione “sanatoria”. Tra noi vi erano amici pittori, si dette mano a pennelli e colore per rendere il locale allegro. Nudi di donne il soggetto preferito. Dopo il perfetto maquillage, al locale fu messo il nome di “Gatto Bigio”. All’ingresso di piazza del Sale, mettemmo una grande insegna al neon con la classica figura di un Gatto, ovviamente Bigio. Ci costò un occhio della testa, ma ci voleva. Un successo!
Il tempo dell’amore. Necessario dimenticare gli orrori della guerra. Le serate danzanti erano frequentate di solito dai residenti e da soldati americani, ancora in città. Le Amlire erano bene accolte. Quanti fidanzamenti, in quelle serate. Anch’io, tornato dalla guerra, fui coinvolto. Conobbi una ragazza che poi 1’8 settembre del 1947 sposai. Sono passati 65 anni, siamo ancora insieme. Non ancora da rottamare. Il “Gatto Bigio” fu complice.
Il Parco Edera. Nello stesso periodo del Gatto Bigio i giovani del Fronte della Gioventù riuscirono a dare una mano a “ricostruire” la terrazza dell’ex deposito dell’acqua del Bastione del Maiano. La struttura era stata concessa alla sezione giovanile del Partito Repubblicano. Ne facevo parte anch’io. Dopo la ristrutturazione il locale fu battezzato Parco Edera. Serate danzanti a non finire. Per partecipare occorreva l'invito. Mancando un'insegna luminosa, riuscii a costruirla con lampade racchiuse dentro una cassetta di legno con la scritta "Parco Edera" su carta velina colorata. Allora la plastica non esisteva. Ebbe vita breve. Una sera, mentre gli invitati ballavano, l’insegna prese fuoco. Tante risate e via. Non era il caso di prendersela tanto. In quegli anni le Mura vivevano.
Oggi questo Bastione, vederlo così conciato, dà solo una grande tristezza.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
