Il Tirreno

Grosseto

«L’area del Casone è contaminata»

Gli ambientalisti portano i dati e accusano istituzioni e Arpat: sottovalutati tutti i nostri appelli alla prudenza

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di Alfredo Faetti

SCARLINO

«Lo avevamo detto, ma nessuno ci ha ascoltato». E’ il coro degli ambientalisti sulle vicende giudiziarie dell’inceneritore di Scarlino.

Portano, a sostegno delle loro battaglie, le osservazioni che nel corso degli anni hanno presentato a Comuni, Provincia e Regione. Tutte volte a sottolineare come, nell’area del Casone, ci sia da anni una «seria contaminazione» di varie sostanze tossiche, dall’arsenico al piombo.

Il Comitato del No e il Forum ambientalista hanno organizzato una conferenza, aperta tanto alla stampa che ai rappresentati politici di Follonica e Scarlino, per mostrare questi dati. «Se ci avessero ascoltato, le autorizzazioni rilasciate all’impianto oggi sarebbero giuridicamente inattaccabili» dice il presidente del Comitato Mario Monciatti. Ripercorre i fatti Roberto Barocci, del Forum.

«Sia in occasione della prima autorizzazione di Via, rilasciata da Lio Scheggi nel 2008 (allora presidente della Provincia di Grosseto ndc), sia poi in occasione del riesame farsa e delle autorizzazioni rilasciate da Leonardo Marras, presentammo alcune osservazioni in merito alla violazione di legge per gli scarichi di metalli tossici nel canale Solmine, già inquinato e inserito nei piani di bonifica».

A dar ragione, almeno fino adesso, agli ambientalisti c’è la sentenza del Consiglio di Stato, seguita a quella del Tar, che ha annullato le autorizzazioni all’impianto. «Perché la Via (valutazione d’impatto ambientale) non viene rilasciata se una macchina è a norma, ma se l’ambiente in cui viene inserita riesce a sostenere un’ulteriore impatto inquinante» spiega Barocci.

Per questo gli ambientalisti hanno sempre marcato stretto i dati e le relazioni dell’Arpat. Sono stati proprio questi il gioco forza con cui il consulente del Comune di Follonica, Paolo Rabitti, è riuscito a convincere i giudici a respingere la richiesta di sospensiva fatta dalla società. Ma i dati sono da tempo all’attenzione degli ambientalisti. Nel 2008, ad esempio, un’osservazione, riguardante la Via, fa notare come uno studio dell’Arpat «non prende in esame la quantità di arsenico scaricato nel canale». Di tutta risposta, l’agenzia rispose che nel documento degli ambientalisti «non vengono qui riportate controdeduzioni in quanto non attinenti al progetto in esame, ma relativa a problematiche di altro genere». Questo è un esempio dei molti casi presentati dagli ambientalisti.

Tra l’altro, in tema di controlli, al momento non c’è un monitoraggio della qualità dell’aria a Follonica, dato che la centralina è fuori uso per una revisione, come fa sapere la Provincia. Ora che i tribunali hanno dato ragione alle loro battaglie, gli ambientalisti si tolgono qualche sasso dalla scarpa.

«Nonostante le istituzioni abbiano ricevuto questi dati – continua Barocci – la legalità sembra non essere più un valore perseguito, neppure quando si tratta dì intervenire per eliminare dall’ambiente i cancerogeni». Ma è soprattutto l’Arpat a salire sul banco degli imputati. Soprattutto a seguito della sua ultima mossa: quella di costituirsi in giudizio, quando verrà discusso il ricorso a maggio, al fianco di Scarlino Energia.

«La legge regionale le impone imparzialità e terzietà dalle attività affidatele» dice l’avvocato del Comitato Franco Zuccaro.

«Aver presentato un ricorso incidentale mi sembra inopportuno».

©RIPRODUZIONE RISERVATA 

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