Sicurezza
Quando la troniera era giardino d’incanti
Maria Pia Vecchi ricorda la straordinaria stagione della bottega del padre, chiusa nel 1985
Un mio ricordo della troniera, Cassero del sale, che avete fotografato e messo come emblema del degrado delle mura.
Il caso ha voluto che proprio lì fino all'85 il mio babbo avesse il proprio studio.
Fu al ritorno negli anni Sessanta da un soggiorno di cinque anni in Svezia che il mio babbo Vezio decise di prendere in affitto, senza troppa difficoltà, la troniera abbandonata del Cassero del Sale e di farne il proprio studio. La scelse forse perché stufo di tanto moderno razionalismo scandinavo e desideroso pertanto di un italico ritorno all’ordine; o semplicemente perché i ragazzi della sua generazione, quella dei primi vent’anni del XX secolo erano soliti vivere le mura come luogo privilegiato di frequentazione, di scambi d’amore, di divertimenti, di cultura.
Luogo di decisioni pericolose: molti di loro, come il mio zio Piero, avevano deciso lì, dopo infinite discussioni su Kant, Schopenhauer e Nietzsche di partire in guerra senza fare più ritorno. In quel luogo per lui domestico e familiare allestì una sorta di giardino delle delizie abbellendolo di tutte le piante che tanto amava. Il muretto che lo delimitava dall’alto era una sorta di potente muraglia di passiflora, la scalinata di legno che scendeva giù al piano di calpestio la più romantica che si possa immaginare, inondata a primavera dalla fioritura del glicine.
Un piccolo viottolo, delimitato dalle insostituibili ortensie, portava allo studio vero e proprio ricavato tra le mura del non ancora classificato castelletto medievale. Dentro potevi trovare ogni cosa degna del piu' improbabile fascino: disegni, sassi, legni, conchiglie, minerali, ritratti, ritagli di giornale, libri di architettura, foto di ogni genere, insomma una sorta di nostrana camera delle meraviglie.
Dalle finestre intravedevi un boschetto di bambù come in ogni giardino dello spirito che si rispetti. La cosa più inebriante erano le rose fatte venire appositamente da coltivazioni olandesi con i loro colori sgargianti, il profumo intenso e tanti gazzillori che vi gravitavano intorno.
Così chi passeggiava per le mura poteva gettare uno sguardo giù allo “studio del Vecchi” e chissà, forse farsi allietare per pochi minuti da tanta bellezza.
Oggi niente di ciò esiste più e il luogo è lasciato all’incuria più pericolosa, ma pronto nel suo immutabile fascino, ad accogliere iniziative illuminate e soprattutto rispettose del valore culturale e artistico che merita.
Maria Pia Vecchi
Vicepresidente Amici del Centro
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