Il Tirreno

Grosseto

«Paura? il mio dovere era salvare delle vite»

«Paura? il mio dovere era salvare delle vite»

Parla il commissario-eroe rimasto intrappolato sulla Concordia per 36 ore «Non so perché ci siamo incagliati, dopo il botto ho pensato ai passeggeri»

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La sala d'attesa del reparto di terapia intensiva è invasa dai cronisti. L'ospedale di Grosseto è presidiato dai taccuini da domenica, quando dalla nave Costa Concordia viene portato in salvo - domenica mattina - Manrico Giampedroni, il commissario di bordo già definito l'eroe del Giglio. Ricoverato in terapia intensiva, le sue condizioni restano «gravi ma non critiche», dicono i sanitari, che permettono le interviste un poco alla volta, centellinate, per non affaticare l'uomo.

«Sto meglio», è la prima cosa che dice Giampedroni una volta raggiunto nella stanza dov’è ricoverato al Misericordia. Parla con un filo di voce. «Non ho mai perso la speranza - continua - Sono rimasto là sotto per 36 ore, al buio, ma non ho mollato», racconta. È finito nel salone ristorante dopo che il pavimento gli è crollato sotto i piedi mentre stava cercando di portare quante più persone alle scialuppe. «Per fortuna c'era l'acqua: ha attutito la caduta», scherza lui. Cosa sia veramente accaduto, dove sia l'origine del disastro della Costa Concordia, non lo sa.

«Ero impegnato nei miei doveri - dice - Non so se la nave è passata troppo vicina alla costa o dove fosse il comandate in quel momento». Ma un cosa, da esperto uomo di mare, la sa. «In questi casi il comandante deve stare al posto di comando». La sua versione dei fatti il commissario-eroe l'ha riferita anche agli inquirenti che stanno seguendo l'indagine, i sostituti procuratori Stefano Pizza e Alessandro Leopizzi, arrivati ieri mattina al Misericordia per raccogliere le sue dichiarazioni insieme ad altri tre uomini in borghese. A loro Giampedroni ha raccontato tutto di quella notte che suo malgrado lo ha visto protagonista. «Io conoscevo molto bene la nave e quando è iniziato l'incubo ho cercato di aiutare quante più persone potevo. Fluttuavo tra i ponti, passando da uno all'altro per accompagnarle alle scialuppe di salvataggio». Poi il pavimento che crolla, la caduta nel vuoto e infine il buio.

«Ho sentito male alla gamba - dice - Quando finalmente hanno sentito i miei pianti e mi sono venuti a salvare è stato bellissimo. Ci sono volute tre ore per tirarmi fuori di lì». La gamba sinistra a cui ha sentito male è fratturata. Ma non è per quella che è in rianimazione. Il commissario ha riportato anche una “crush syndrome”, tradotto in italiano: sindrome da schiacciamento. In parole povere, con l'infortunio alla gamba ha trascorso troppo tempo con il corpo sotto pressione, immerso nell'acqua. Le sue «condizioni cliniche sono soddisfacenti», ribadiscono i medici in attesa che migliorino del tutto (difficile stabilire tempi precisi) per poterlo operare all'arto. «Ho vissuto tutto come uno spettatore - prosegue - Devo dire che le persone a bordo, così come l'equipaggio, si sono comportate benissimo durante il dramma. Anche gli ufficiali hanno fatto un buon lavoro».

Non riesce a trovare, lui "spettatore", nessuna pecca in tutto quello che è successo a due passi dell'isola del Giglio. «Se mi permettete l'espressione, è stata sfiga», dice ridendo. Questo non sta a lui stabilirlo, ma agli inquirenti. Lui però sorride.

Ieri mattina l'eroe del Giglio era un fiume in piena. Ha parlato con gli uomini della procura, i giornalisti ed è stato molto tempo al cellulare a parlare con la madre e gli amici di Ameglia, il piccolo paese d'origine in provincia di La Spezia. «Sono felice», racconta a tutti ricordando il suo salvataggio. «Mi hanno tirato fuori dalla nave e caricato sull'elicottero. Ho visto tutto immobilizzato sulla barella, ma è stato bellissimo. Una sensazione che non so spiegare a parole».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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