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Parla Piscicelli: "Mi minaccianoperché ho deciso di parlare"

Francesca Gori
Parla Piscicelli: "Mi minaccianoperché ho deciso di parlare"

Lo sfogo dell'imprenditore coinvolto nell'inchiesta della cricca: "Sono stato a lungo un capro espiatorio per la telefonata sul terremoto dell'Aquila. Ma io ho cominciato a ridere quandola scossa ha mosso il mio letto"

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PORTO S. STEFANO. Con le pistole che spuntavano dai maglioni, tre uomini hanno aspettato Francesco Piscicelli davanti alla sua villa dell'Argentario. «Vedi di stare zitto» lo hanno avvertito. Una chiara intimidazione all'uomo coinvolto nell'inchiesta sulla "cricca", che ha deciso di collaborare con la magistratura. Piscicelli ha denunciato ai carabinieri le minacce subite.
Piscicelli, chi erano quei tre uomini?
«Non ne ho idea. Parlavano con accento romano. Sono arrivati fino a quella casa che consideravo sicura, che è stata sempre il mio buen retiro. Ora ho paura anche a stare all'Argentario».
Le avranno spiegato il perché della loro visita.
«Quando sono arrivato davanti a casa ho visto quell'auto che bloccava l'ingresso del mio cancello. Mi sono fermato e sono sceso dall'auto. Ero convinto che avessero bisogno di un'indicazione, capita spesso. E invece mi hanno minacciato. Non vogliono che parli».
È la seconda volta che la minacciano. Perché vogliono farla stare zitto?
«Ci sono troppi interessi e nomi importanti in quell'inchiesta. Io a giugno ho deciso di parlare con i magistrati perché sono stato troppo a lungo un capro espiatorio per colpa di quella telefonata con mio cognato sul terremoto dell'Aquila. Sono l'unico che ha pagato, gli altri hanno preso».
Avrebbero preso anche da lei. È vero che ha pagato le vacanze all'Argentario a Carlo Malinconico, sottosegretario del governo Monti?
«Sì, è vero. Nel 2008 Angelo Balducci (commissario straordinario per la realizzazione delle opere per i mondiali di nuoto di Roma 2009, ndr), mi invita a prendere un aperitivo e mi chiede il favore di prenotare una vacanza all'hotel Il Pellicano di Porto Ercole, in un periodo di overbooking. Quella vacanza era per Malinconico».
E come ha fatto lei ad ottenere una camera in quell'hotel esclusivo, se era tutto pieno?
«Conosco bene il proprietario, Roberto Sciò. Quella vacanza l'ho pagata io, ho speso circa diecimila euro ma nessuno mi ha restituito quei soldi. Nulla da dire su Malinconico, è una persona per bene che ho conosciuto in quell'occasione».
Lei l'Argentario lo frequenta da tempo. Ma alcuni suoi vicini non la amano. Ormai è "lo sciacallo dell'Aquila"...
«Vede, la spinta a parlare con la magistratura viene proprio da quella telefonata che mi ha rovinato la vita».
Ce la racconti lei, allora.
«Quella notte io ero a Roma e dormivo. Mi ha chiamato mio cognato che purtroppo scherza sempre pesantemente. Ecco, lui stava dicendo alcune cose, un po' pesanti. Io lo volevo fermare. Non sapevo nemmeno che il terremoto fosse stato all'Aquila. La scossa l'ho sentita anch'io a Roma. Ho riso quando ha cominciato a tremare il mio letto».
Da sciacallo a ragazzetto privo di giudizio dopo l'atterraggio sulla spiaggia di Ansedonia.
«Non sono così. Sono un uomo di 48 anni che è stato fatto passare per uno spaccone. Ecco, per Santo Stefano ho voluto provare quell'elicottero. Si è alzato il vento e con me c'era mia madre. Spirava a 30 nodi, ho dovuto atterrare».
Ed è andato al ristorante.
«Sì. Era impossibile continuare a volare. Ero con mamma e visto che c'era il ristorante a due passi le ho offerto il pranzo, in attesa che il vento calasse. Poi, raggiunti i quindici nodi, siamo ripartiti».
Le hanno sospeso la patente ed è stato denunciato dal Wwf per aver volato sopra l'oasi di Burano.
«Anche questa è una stupidaggine: io su quel lago che è anche brutto non ci ho mai volato. Il mio elicottero è attrezzato per atterrare in acqua, volo sul mare».
Come quella volta che si è schiantato davanti al ristorante I due Pini.
«Anche quella era un'emergenza. Avevo il motore spento e stavo atterrando quando dal ristorante sono uscite quindici persone con il cellulare per riprendermi. Dovevo scegliere: o finire in acqua e distruggere l'elicottero o tagliare quindici teste. Ogni buon comandante avrebbe fatto come me».

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