La manifestazione
Condanne per il "clan Di Buduo"
Francesca Gori
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LOPERAZIONE. Condotta dalla guardia di finanza Babbo, mamma e figlia in carcere: gestivano il traffico di droga
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FOLLONICA. Mamma, babbo e figlia. Tutti coinvolti in un giro di traffico di droga che ha fatto conquistare loro l'appellativo del "clan Di Buduo". Il processo nato dopo l'operazione della guardia di finanza "Revenge" è arrivato alle battute finali. Simona Di Buduo, 37 anni, la mamma Ivana Turci, 57 anni e il babbo Carlo Di Buduo 60 anni hanno scelto di farsi giudicare con il rito abbreviato. La condanna più pesante è spettata a Simona Di Buduo: 4 anni e 4 mesi di carcere e 20mila euro di multa, oltre alle spese. Il giudice per l'udienza preliminare Valeria Montesarchio ha avuto pochi dubbi: il giro che per anni ha attraversato le mura della casa dei Di Buduo è stato confermato da chi è finito con loro nell'indagine della guardia di finanza. Erano i Di Buduo a tenere in piedi una rete di approvigionamento e spaccio di droga nella città del golfo: cocaina ed eroina, soprattutto, che arrivava a Follonica da Napoli, dove i legami erano solidi grazie proprio al matrimonio tra Simona Di Buduo e Arturo Pelliccia e Livorno. Un giro però, che la famiglia Di Buduo non è riuscita a gestire con la discrezione dovuta: le telefonate, per ordinare i carichi di droga, venivano fatte dal telefono di casa, gli incontri quasi sempre nei soliti bar di Follonica o a nella loro casa all'ex Ilva, dove la droga spesso veniva confezionata davanti al figlio piccolissimo di Simona Di Buduo. Nelle telefonate che servivano per ordinare droga o per prendere appuntamento con i clienti, le dosi di cocaina diventavano "magliette". Carlo Di Buduo è stato condannato a 4 anni, un mese e 10 giorni di carcere e 18mila euro di multa, mentre Ivana Turci a due anni e 8 mesi di reclusione e 18mila euro di multa. Il giudice Valeria Montesarchio ha ricostruito gli ultimi anni di attività dei Di Buduo: lo spaccio, la rete che passa attraverso i festini con un transeussuale che offre sesso annaffiato dalla cocaina acquistata da loro, i debiti dei clienti che aumentano e i ricatti che di volta in volta diventano più pesanti da sopportare. E poi fiumi di droga che arrivano da nord e da sud passando dalla mani di quella famiglia che ne gestiva lo smercio al dettaglio. La finanza ha ascoltato clienti e fornitori. E ha decifrato anche le conversazioni telefoniche. «C'è da andare a dare da mangiare ai cani», è una delle frasi che i Di Buduo ripetevano più spesso. Il posto dove veniva nascosta, confezionata e anche venduta la droga era proprio quel capannello accanto all'abitazione dove la famiglia teneva i cani. L'inchiesta è iniziata nell'aprile del 2009 con l'arresto di quattro spacciatori fra cui un corriere italo-argentino che introduceva la droga in Italia ingerendola in ovuli. Questo primo fermo ha dapprima permesso di intercettare un traffico internazionale di cocaina proveniente dall'Argentina. Le ulteriori indagini hanno colpito affiliati appartenenti ad un noto clan camorristico campano con base a Secondigliano e Scampia. Era da qui che partivano i carichi di droga per Follonica. Al centro dello smercio di droga secondo gli inquirenti coordinati dal pubblico ministero Alessandro Leopizzi c'era la famiglia Di Buduo: padre, madre e figlia, destinatri dei carichi. Era attraverso le loro conoscenze tra il napoletano, Livorno e la provincia di Massa che cocaina, eroina e hashish arrivano nella costa Maremmana. Attrverso intercettazioni telefoniche e ambientali e ore di pedinamenti è stata scoperta una fitta rete di spacciatori. In particolare, la famiglia in questione aveva instaurato negli ultimi anni intensi rapporti d'affari con un gruppo di malviventi di origine dominicana residenti a Livorno, conosciuti in carcere. Successivamente, la famiglia follonichese aveva allacciato anche legami illeciti con appartenenti alla malavita campana.
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