Attenzione
Laurea in Architettura, poi la partenza per il Kosovo e in tutto il mondo. Ma con la Maremma sempre nel cuore
Valeria, che dichiarò guerra alla guerra
Francesca Ferri
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IN AZIONE in Sri Lanka a primavera con lattrezzatura da sminamento Sotto un primo piano della cooperante Una grossetana da 10 anni dirige lo sminamento nelle zone post conflitto
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GROSSETO. Nella prima foto Valeria ha l'elmetto in testa, la visiera calata sul viso, un ingombrante giubbotto e cammina in un campo insieme a un artigliere. Nell'altra, accanto, è tra un gruppo di bambini polverosi in un villaggio chissà dove. Nella terza sorride a fianco del presidente Ciampi. Poi è in una strada bombardata del Medio Oriente, poi in Sudan. Nell'ultima foto, in bianco e nero, non c'è Valeria, ma la famiglia dei nonni, impettita in posa per un ritratto di più di mezzo secolo fa. La storia di Valeria Fabbroni, classe 1973, grossetana, cooperante internazionale, è raccontata sulle pareti della sua casa appena fuori le mura, il "rifugio" dove scappare, di tanto in tanto, da Ginevra, sede del quartiere generale della Swiss Foundation for Mine Action (Fondazione svizzera per lo sminamento), della quale Valeria è direttore delle operazioni. Un lavoro che la porta ogni mese ai quattro capi del mondo, sugli scenari ancora caldi dai recenti conflitti, a scavare via le bombe e a costruire strade, case, ospedali, scuole. Ma il suo, di quartier generale, l'ha comunque voluto a Grosseto, città natale, sotto quella vecchia foto dei nonni, dove torna appena può, tra una trasferta in Libia e un passaggio nelle Filippine. Il suo viaggio è iniziato oltre dieci anni fa. «Dopo il liceo classico e la laurea in Architettura ho cominciato a lavorare in una ditta di costruzioni a Campiglia Marittima - racconta Valeria - ma per spezzare la mia attività di neoarchitetto decisi di trascorrere un periodo al Cesvi, organizzazione umanitaria di Bergamo che opera in tutto il mondo. Era il 1999, era appena finita la guerra nel Kosovo e trascorsi lì tre mesi, convinta di rientrare al mio lavoro. Invece a Campiglia non ci sono più tornata». Valeria passa due anni e mezzo nei Balcani, dove costruisce tremila tetti e otto ospedali, poi è nell'India del dopo terremoto del 2001, poi pianifica di spingersi ancora più a est, in Corea del nord, ma l'attacco alle Torri gemelle dell'11 settembre 2001 manda all'aria l'imminente partenza. Valeria passa al Coopi di Milano e nel 2002 arriva a Jenin in Palestina. «Il nostro intervento - racconta - era mirato a creare un reddito per la popolazione: costruire muretti, strade, opere che servono e che richiedono molta manodopera». Ogni volta lavora in posti diversi, con team diversi. E anche i rischi sono diversi. «C'è sicuramente una componente di rischio superiore a quella di chi lavora in ufficio. Io comunque sono molto più abituata ai presupposti di pericolo in guerra che non a quelli della criminalità quotidiana». Uno dei momenti più difficili è stato tra il 2003 e il 2004, quando Valeria è in Iraq nel periodo dei rapimenti e dell'uccisione di Salvatore Santoro. «Tutti avevano paura - racconta - e anch'io mi sono sentita in pericolo latente, seppur non diretto. Sono quelle situazioni in cui ti chiedi perché ci vai». La risposta? «Alla fine è il tuo lavoro, lo fai, rileghi in un angolo il fatto che sei a rischio. Magari, ecco, ero più preoccupata che si impensierissero a casa». Forse anche questo spinge Valeria ad accettare una cattedra all'Università di Manhattan. «Ma sono andata via dopo poco perché il lavoro d'ufficio non fa per me - spiega con il più disarmante candore - e ho trovato un impiego in Sudan in un'Ong che si occupa di sminamento, e poi in Libano». Oggi Valeria almeno tre settimane al mese le passa in Pakistan, Sri Lanka, Sud Sudan, Filippine, Libano, Libia «dove - spiega Valeria - in alcune zone potrebbero volerci 50 anni di lavoro per la bonifica. Al momento a est di Tobruk abbiamo sminato 800mila metri quadrati, a Sirte invece procediamo casa per casa e per ora abbiamo ne abbiamo fatte 600. E ci sono gli oltre 500 bunker di munizioni del colonnello, un vero mercato libero di esplosivi, da bonificare». Oltre alle mine,Valeria e il suo team organizzano anche corsi per la popolazione locale con il programma "Mine risk education" per insegnare ai bambini come riconoscere le mine e come giocare al sicuro. Di incidenti Valeria ne ha vissuti, in questi dieci anni. Tra la popolazione che stava aiutando e pure tra i colleghi. Ma il lavoro va avanti. Eppure, tra un aereo e l'altro e con il cartellino da timbrare a Ginevra, Valeria ha deciso che la "sua" casa se la sarebbe tirata su nella città natale, a Grosseto. Che non è la Svizzera, né Beirut, né New York. «Perché? Perché una donna non può passare la vita a fare questo lavoro. Anche se per ora va bene così, in futuro mi piacerebbe poter riuscire a lavorare da Grosseto». E un piede, in città, Valeria ce l'ha già messo. «Dalla scorsa estate faccio parte del Centro Unesco Grosseto Maremma - spiega Valeria -. Il presidente, Sergio Vasarri, è un mio ex compagno di liceo e mi ha convinta a fare qualcosa per questa città e questa provincia tramite il sigillo dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura. Quando sono partita, mi sono lasciata alle spalle una città immobile. Ma oggi ci sono delle pulsioni ed è giusto spronarle». Come dire: ci sono delle scintille che è giusto far brillare.
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