Il Tirreno

Grosseto

Così il teatro di qualità diventa il solito tetarino della politica

Anna Rita Sammaritano   Insegnante
<b>REGISTA E ATTORE </b>Mario Perrotta in palcoscenico
◗
REGISTA E ATTORE Mario Perrotta in palcoscenico

Uno spettacolo prezioso, che invece viene usato per accapigliarsi su tutt'altre questioni

4 MINUTI DI LETTURA





Sono un'insegnante di lettere in servizio presso il liceo classico statale Carducci-Ricasoli e ho seguito nelle pagine dei vari quotidiani locali le polemiche suscitate dallo spettacolo teatrale "I cavalieri. Aristofane cabaret".  Questo intervento giunge tardivo solo perché mi pareva che la pregevole rivisitazione di Mario Perrotta dovesse risultare esente da ogni accusa già sulla scena o che, comunque, non potesse trovare a propria difesa una voce più autorevole di quella stessa del commediografo greco, della cui opera il regista ci ha restituito la grandezza e la sconcertante attualità.  Ho deciso di intervenire quando, ancora una volta, il dibattito culturale cittadino si è spostato dal teatro di qualità al solito "teatrino della politica", dove la cultura diviene un pretesto da tirare, ora da una parte ora dall'altra, per reciproci attacchi su questioni rimaste purtroppo irrisolte nell'avvicendarsi delle pubbliche amministrazioni.  Problematiche di fondamentale importanza per la collettività ma che esulano dal contesto da cui si è partiti.  La sera del 21 dicembre ero seduta nella platea del teatro degli Industri insieme a molti dei miei studenti.  Come sempre, non ci siamo limitati ad assistere alla rappresentazione ma la mattina successiva ne abbiamo discusso in classe, confrontando e rielaborando le impressioni ricevute "a caldo", al fine di dare un senso, anzi più di uno, a quanto avevamo visto, sia nei contenuti sia nelle forme.  Ebbene i nostri commenti hanno preso una direzione diversa, ben lontana dai motivi del contendere degli ultimi giorni.  Innanzitutto all'osservatore attento non poteva sfuggire come nella messa in scena l'invettiva politica fosse rivolta tanto al governo uscente quanto all'attuale leader dell'opposizione (la cui parodia era inequivocabilmente esplicita) nonché al suo predecessore, in una sproporzione che, se c'era, intendeva rispecchiare il fatto che il primo ha dominato la scena politica per anni, certamente più a lungo dei vari oppositori di turno.  Lo spirito irriverente e dissacratorio di Aristofane, poi, doveva necessariamente esprimersi con un linguaggio osceno e triviale, vivido e provocatorio, con una violenza verbale che rendesse più forte il suo messaggio di denuncia, feroce e al tempo stesso amara.  Era proprio tale denuncia sociale che invece doveva sconvolgere il pubblico, colpirlo e scuoterlo, offenderlo magari, oltre duemila anni fa così come l'altra sera, in periodo di Avvento non meno che di Quaresima: lo spaccato di una società che sembra subire il potere cercando invano un "uomo nuovo", il quale inevitabilmente si mescolerà col vecchio, che sembra scegliere l'omologazione e si lascia avvolgere in una vorticosa girandola di luoghi comuni, che sembra ormai aver rinunciato a comprendere la realtà circostante, accontentandosi di panem et circenses ancora oggi.  Perché nessuna associazione calcistica si è levata in favore di quei cori da stadio che si sentivano di sottofondo, perché non si è indignato il venditore di kebab dell'angolo sotto casa, perché non ci siamo ribellati tutti all'immagine impietosa che di noi spettatori e cittadini si offriva su quel palcoscenico?  Soprattutto la scuola non può rinunciare a comprendere: molte caratteristiche della commedia greca sono tornate, mutatis mutandis, nel genere della satira, di cui Quintiliano rivendicava con orgoglio l'originalità latina, per arrivare fino a noi attraverso i grandi testi della letteratura italiana, dalla Commedia dantesca alle Satire di Ariosto.  È su questo incommensurabile patrimonio culturale che noi docenti ogni giorno abbiamo l'onore e il piacere di lavorare in classe, convinti che insieme ai nostri ragazzi possiamo formare quella che Romano Luperini definisce una "comunità ermeneutica", un gruppo di lavoro capace di leggere e interpretare un testo, attualizzandone i significati più profondi a distanza di secoli.  Nella sua raccolta di saggi intitolata "Perché leggere i classici?" (Milano, 1991) Italo Calvino scriveva che i "classici" non sono soltanto testimoni ed espressioni di un'epoca più o meno lontana dalla nostra, ma voci che continuano a dialogare con la contemporaneità, sono gli autori antichi e moderni che non finiscono mai di dire ciò che hanno da dire; e aggiungeva altresì che "la scuola è tenuta a darti degli strumenti per esercitare una scelta".  Se crediamo che qualunque scelta autonoma non possa prescindere da una conoscenza piena e da un sapere privo di filtri, la nostra scuola deve impegnarsi a guidare i giovani nell'acquisizione e nello sviluppo di quella capacità critica che oggi esercitano analizzando un libro, un film o un dramma teatrale, ma su cui domani si fonderà la loro coscienza di cittadini, consapevoli e garanti dell'alto valore insito nel libero esercizio della democrazia.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web