Attenzione
La strepitosa avventura di tre giovani e... una bionda
Paola Villani
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I NAVIGANTI. Giorgio Cerasa, Tiziano Scarpettini e Simone AndrovandiUn gruppo follonichese ha creato un birrificio artigianale a partire da ricette cinquecentesche
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FOLLONICA. Fare impresa nonostante la recessione: una passione può portare anche a questo. In un momento difficile come quello che sta affrontando l'Italia c'è chi va controcorrente aprendo una nuova attività, nello specifico un birrificio artigianale nella zona industriale di Follonica. Così tre giovani maremmani doc, Giorgio Cerasa, Tiziano Scarpettini e Simone Androvandi, legati l'uno all'altro da un viscerale amore per la "bionda", hanno deciso di unire le loro forze e creare (per adesso) due birre artigianali partendo proprio dalle ricette del 1516. "I naviganti": questo il nome della nuova attività, proprio perché quella affrontata è un'avventura in tutti i sensi per un rimando al Golfo dove vivono e anche perché si tratta di un viaggio nel gusto e nella scoperta per creare sempre nuovi sapori. La Maremma è ricca di produttori artigianali; e dal vino all'olio sono moltissime le etichette che nascono in questa parte della Toscana, ma di birra ancora non se ne era sentito parlare se non per quella amiatina che è però (al contrario di quella follonichese) aromatizzata. «La nostra è una passione che ci lega già da prima», spiegano i tre. «Quello che abbiamo pensato di fare è non un prodotto particolare, magari speziato (come molto spesso accade) ma di ritornare alla genuinità della birra, con la prima ricetta, quella che risale al 1516. Per ora ne produciamo due tipi: una ambrata e una chiara. Il tutto usando malto di qualità». Altra idea che per ora vogliono portare avanti i tre neo imprenditori è quella di non inflazionare troppo il prodotto, con una distribuzione che sia limitata a ristoranti, pub o negozi specializzati, ma che non sia diciamo "a tappeto" proprio per rendere la loro birra ricercata. E già arrivano i primi clienti. Le spese da affrontare all'inizio non sono state poche: i ragazzi si sono dovuti dotare di una macchina per addolcire l'acqua (che rappresenta il 90% del prodotto finale) che è costata molto. Poi ci sono stati i corsi di specializzazione: per diventare dei buoni artigiani hanno dovuto imparare un nuovo mestiere (i tre si occupano di tutt'altro, due sono impiegati in aziende del territorio e uno fa il rappresentate). Insomma. La volontà di far bene c'è tutta e ora non resta che far conoscere la loro birra.
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