Proteste
Cacciatore ucciso con un colpo al cuore
Francesca Gori
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IL FERETRO. Salutato dai compagni di squadraLa palla attraversa il cinghiale e poi rimbalza: muore falegname di 67 anni
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CAPALBIO. «Ho sparato a un cinghiale, ho ucciso un uomo». Poche parole, bagnate dalle lacrime del cinquantatreenne che ieri ha fatto fuoco dalla posta rialzata. Un colpo solo, 47 passi di distanza, venti metri tra il sì e il no. E Guelfo Lucchetti che cade a terra come un sacco pieno, di quelli pesanti. L'imprenditore agricolo di Capalbio che ha fatto fuoco con la sua carabina aveva mirato al cinghiale. La pallottola calibro 30,06 lo ha centrato. Lo ha attraversato ma poi, forse, ha trovato un ostacolo: un sasso, un ramo, un tronco. È rimbalzato e con la potenza e la velocità di quelle pallottole ha attraversato il torace di Guelfo, da una parte all'altra. Guelfo Lucchetti è morto subito. A 67 anni, trafitto al cuore dal proiettile sparato da un uomo che conosceva, che non voleva ucciderlo e che ora si trova con una denuncia per omicidio colposo e con il rimorso schiacciante di aver premuto quel grilletto. Da un cacciatore che non faceva parte della squadra di Monte Verro, quella di Guelfo, ma che ieri era in battuta con quella squadra come invitato. Il falegname di Capalbio, invece, era uno della squadra numero 35. Era uno dei braccaioli, i cacciatori che con le loro mute dei cani vanno nella macchia e braccano il cinghiale. Uno che il cacciatore lo sapeva fare, che sapeva quali erano i rischi e che conosceva bene quella passione che quando ti prende non ti lascia. Come ieri mattina, un mercoledì di caccia durante il quale Lucchetti aveva scelto di restare a casa. Non era in battuta, lui. Era stato male, aveva avuto l'influenza. Ma verso le dieci con il suo furgone è arrivato su quella strada, è sceso nel bosco, ha salutato i suoi amici. «Poi ha fatto avanti e indietro un po' - raccontano i suoi compagni di squadra - dalla macchia alla strada. non aveva con sé nemmeno i cani, non era in battuta». Il giubbottino catarifrangente, quello che fa sembrare i cacciatori tutti uguali, però, lo aveva indossato. Ma anche quell'accortezza non è servita a salvargli la vita. Nella macchia si è sentito lo sparo. Poi, dalle ricetrasmittenti, quella notizia che nei calanchi non si vuol mai sentire. Che è stato come un colpo, al cuore, moltiplicato per cento per tutti quelli che ieri erano lì a caccia. A trovarlo per terra, esanime, uno dei suoi amici più cari, Roberto. «Non chiedetemi nulla, non ce la faccio». È stato lui a dare l'allarme, a chiamare il 118. Due ambulanze sono arrivate nella macchia di Monte Verro, poche centinaia di metri da Poggio Palazzi. Hanno tentato di rianimarlo, ma il suo cuore era stato fulminato da quella palla che non ha trovato ostacoli. Sarebbe bastato uno degli ossi del cinghiale ucciso, sarebbe bastato un ostacolo diverso per frantumarsi. E invece quella pallottola è arrivata intera. Insieme ai sanitari sono arrivati anche i carabinieri di Capalbio che hanno sequestrato il cinghiale per le analisi balistiche che serviranno a chiarire la traiettoria di quella palla. Il pm Luisa D'Amelio ha disposto l'autopsia. Uno ad uno sono arrivate tutte le altre doppiette della zona. Sono stati loro ad aiutare il personale del servizio funebre di Capalbio a portare sulla strada la salma di Guelfo. «Fategli n'applauso, ragà». L'invito dell'uomo delle pompe funebri non è caduto nel nulla. Lo sparo, la morte e poi lo scroscio delle mani di tutti e quegli occhi che lacrime non ne trattenevano più.
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