Il Tirreno

Grosseto

Cassazione: niente insulti a chi chiede silenzio

Cassazione: niente insulti a chi chiede silenzio

Donna aveva protestato con la vicina per i rumori che disturbavano il figlio

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Merita una condanna per ingiuria il condomino che insulta il vicino che suona alla sua porta per chiedergli il rispetto della quiete e del silenzio, dato che dal suo appartamento provengono molti rumori. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per ingiuria, con tanto di risarcimento dei danni, a carico di una signora di Grosseto che aveva mandato a quel paese la vicina del piano di sotto che, alle 10 di sera, aveva suonato più volte alla sua porta per chiederle di smettere di fare rumori. A causa del frastuono la vicina non riusciva nemmeno ad addormentare il suo bambino di otto mesi, e per questo si era decisa a farlo presente alla signora, ma dopo aver suonato più volte il suo campanello, la vicina era stata accolta con ripetuti epiteti di «vaff..., accompagnato dalla espressioni non mi rompere i co... e non mi rompere il ca...». Questo frasario, secondo i supremi giudici, «non è soltanto indice di cattiva educazione e di uno sfogo dovuto a una pretesa invadenza dell'offeso, ma anche del disprezzo che si nutre nei confronti dell'interlocutore». In proposito la Cassazione rileva che «bussare alla porta di un vicino, anche se più volte, non è un fatto che possa ritenersi ingiusto tanto da legittimare una reazione così scomposta».

Con questa decisione la Suprema Corte ha confermato la sentenza di condanna emessa nel 2009 dal tribunale di Grosseto.

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