Sicurezza
I NUMERI
Su 100 euro di formaggio solo 12 vanno agli allevatori
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PECORINO. La stagionatura 2 MINUTI DI LETTURA
GROSSETO. Più litri di latte producono e più il loro bilancio aumenta il passivo. Come la vecchia Alitalia che per ogni volo perdeva soldi poiché non riusciva a coprire i costi di aerei mezzi vuoti con i biglietti degli esigui passeggeri, così gli ovinicoltori denunciano una situazione capestro che renderebbe loro antieconomico mungere il latte di pecora. Secondo i dati forniti da Coldiretti, Confagricoltura e Cia, per produrre un litro di latte ovino occorre circa un euro, iva esclusa, mentre il prezzo medio offerto dai caseifici non arriverebbe ai 73 centesimi. Un importo che sarebbe uguale a quello che veniva loro proposto negli anni '90 mentre il prodotto, soprattutto nel circuito della grande distribuzione, verrebbe venduto a prezzi che non risentirebbero di alcuna contrazione. Un circolo vizioso nel quale i caseifici acquisterebbero il latte da pastori e allevatori a cifre che negli anni si sono sempre più ridotte, salvo rivendere il pecorino a prezzi al passo con il costo della vita. Di tutta la torta il 53% degli incassi andrebbe alla grande distribuzione, il 35% ai caseifici e solo il 12% agli allevatori. Sfruttando così una toscanità che tanto fa gola al consumatore, ma senza "ricompensare" adeguatamente l'ovinicoltura locale. Non va inoltre dimenticato il "dumping" causato dalla concorrenza del latte proveniente da fuori regione, vedasi lo spauracchio Sardegna, e anche da altre nazioni come Romania e Ungheria. A tali condizioni risulta quasi fisiologico lo stillicidio di defezioni che, sempre secondo i dati forniti dalle associazioni di categoria, avrebbe sfibrato il settore dal 1995 ad oggi. In Toscana in sedici anni sarebbe crollato sia il numero degli allevamenti, da 5000 a 3100, sia quello dei capi, da 603.000 a 446.000. (l.s.)
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