Il Tirreno

Grosseto

Scoppia la guerra del latte ovino

Lorenzo Santorelli
<b>PECORE.</b> Al pascolo accanto al caseificio sociale di Manciano, dove confluiscono il latte centinaia di pastori. Sullo sfondo il paese
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PECORE. Al pascolo accanto al caseificio sociale di Manciano, dove confluiscono il latte centinaia di pastori. Sullo sfondo il paese

Produttori infuriati: «A 0,73 centesimi al litro chiudiamo tutti»

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 GROSSETO. La querelle sul latte ovino esaspera gli allevatori maremmani che compatti sparano ad alzo zero contro i caseifici. Oggetto primario del contendere è il prezzo che gli impianti di trasformazione dovrebbero pagare ai pastori, ma altri motivi di contrasto riguardano la tutela normativa dei pecorini toscani e la trasparenza nelle informazioni ai consumatori.  Così si è arrivati alla rottura al tavolo regionale, dove da parte dei trasformatori sarebbero sarebbero stati addotti un prezzo del latte troppo alto rispetto a quello proveniente da altre zone, e una congiuntura economica sfavorevole. «Stiamo ricevendo solo schiaffi, basta speculare sulle spalle dei poveri allevatori» attacca Vivarelli Colonna, presidente di Confagricoltura, spalleggiato dai suoi omologhi di Cia Rabazzi, «i sacrifici sono stati chiesti solo agli allevatori ai quali spettano gli avanzi di tutta la filiera», e di Coldiretti, Viaggi che spiega. «Rispetto all'anno scorso il prezzo per un litro è già calato di 5 centesimi, passando da 78 a 73 più Iva. Studi universitari dicono che i costi di produzione (manodopera, gasolio, luce, acqua, mangimi etc.) sono di circa un euro». La cosiddetta forbice della filiera, ovvero la spartizione dei guadagni, vede «la grande distribuzione al 53%, i caseifici al 35% ed agli allevatori solo il 12%». «La grande distribuzione strangola i caseifici, ma non dobbiamo essere noi a pagare - aggiunge Rabazzi - il latte toscano è un valore aggiunto, se vogliono correre al ribasso facciano pure. Però lo dicano che usano latte in polvere o romeno». «Se deve essere il mercato a decidere - dice Vivarelli Colonna - gli siano forniti tutti gli strumenti per giudicare. Non si può acquistare il latte a poco e poi vendere il pecorino a tanto, magari spacciandolo per quello che non è».  Già perché la questione è sì pecuniaria, ma anche identitaria. «Molti di toscano hanno solo la manodopera - sottolinea Viaggi - I caseifici privati si disinteressano dell'origine della materia prima quando comprano il latte ma ne fanno una bandiera di promozione quando vendono il formaggio». Marchi come "La maremmina", "Pecorino di Maremma", sarebbero «ai limiti della pubblicità ingannevole perché usano latte proveniente da fuori regione. Va bene il pecorino Dop tutelato dal consorzio, ma tutti gli altri chi li controlla? Serve maggiore trasparenze sull'etichettatura e sulla tracciabilità». Rabazzi ricorda che nel 2009 in Toscana «44 milioni di litri di latte provenivano dalla regione, ma già 25 dal resto d'Italia e 8 dall'estero. Quest'anno credo che il nostro latte sia sceso ulteriormente a vantaggio degli altri due». Dopo un'audizione durante il consiglio provinciale nella quale hanno ricevuto la solidarietà del presidente Marras, «mio padre è allevatore, mi accusino pure di conflitto di interessi ma ritengo doverosa la vostra battaglia», e dell'assessore allo sviluppo rurale Rossi, «il latte ovino si usa solo con la trasformazione ed ha ragione d'esistere solo dentro una filiera. A gennaio al tavolo regionale dirò all'assessore Salvadori di spostare l'intervento pubblico sull'origine e non solo sul mercato», le tre associazioni di categoria hanno preannunciato una serie di iniziative comuni, evitando una balcanizzazione che indebolirebbe le loro richieste.  «Faremo un presidio di 30 giorni, concordato con le forze dell'ordine, nei caseifici più rappresentativi per monitorare la provenienza delle cisterne di latte in entrata. Una campagna sosterrà i cooperativi che vogliono valorizzare il latte toscano cercando di sottrarre i conferitori ai caseifici privati». Oltre a ciò, una campagna informativa a 360 gradi con «gazebo nelle piazze, presenze nei centri di distribuzione e nei mercati, pubblicità sui media per sensibilizzare i consumatori».

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