Il dolore
Crisi: l'Amiata chiude bottega
Fiora Bonelli
Una sessantina di negozi storici smantellati dalle nuove norme
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CASTEL DEL PIANO. L'Amiata chiude bottega. E non è un modo di dire. Il 10% delle imprese del versante grossetano della montagna, il 31 dicembre chiuderà i battenti. Una percentuale da far tremare i polsi alla già massacrata Amiata: 50-60 aziende in tutto e solo a Castel del Piano dai 25 ai 30 fra commercianti e artigiani storici appenderanno la chiave di bottega al chiodo. Per l'entroterra della montagna e per i piccoli centri che ne fanno parte, tutto questo significa non solo perdita economica, ma soprattutto smantellamento sociale. Calano a picco presidi di aggregazione e punti di riferimento, si perdono i "mastri" falegnami, calzolai, barbieri, parrucchieri, sarte. Si mortifica un territorio fiore all'occhiello della provincia per le sue eccellenze artigianali e piccolo imprenditoriali. Lo sottolineano con grande amarezza il presidente della Cna Amiata Luciano Tortelli e il coordinatore Cna Amiata Maurizio Pellegrini che spiegano il perché di questa emorragia: «La finanziaria Prodi 2008 - ricordano - aveva concesso il cosiddetto regime dei minimi, vale a dire che "salvava" dal cuneo delle disposizioni degli studi di settore le microattività, quelle senza dipendenti e con un fatturato che non poteva sopportare le regole e i limiti degli studi di settore. Ne usufruirono, allora, artigiani e commercianti già pensionati, ma che avevano ancora le forze e la voglia di continuare a lavorare alla luce del sole e non finire nel sommerso, al nero. Lo scorso luglio, questo regime dei minimi è stato soppresso ed oggi è in attuazione, e dunque anche i piccolissimi devono sottostare, se vogliono continuare a lavorare, a criteri che per loro sono insostenibili. Per l'Amiata e Casteldelpiano in particolare il discorso si fa drammatico. Delle 100 ditte che godevano del regime dei minimi, secondo le prime stime, circa 60 chiuderanno a gennaio. Si tratta di artigiani pensionati, soprattutto, quelli storici, le radici delle abilità manuali dei piccoli paesi e anche delle frazioni: falegnami, barbieri, sarte, parrucchiere, muratori, meccanici, lavoranti agricoli, piccoli dettaglianti. Quelli, insomma, che lavorano più per passione che per guadagno e che sia per l'età che per le attrezzature limitate, non hanno la forza di stare negli studi di settore. Si depaupera un territorio, le frazioni, le borgate, già senza punti di riferimento come negozi e bar. Dove, magari, il barbiere diventava il luogo di aggregazione compensativo. Si pensi che ora, ad Arcidosso, con la chiusura di un negozio di barbiere, ne rimane 1 solo e nessun calzolaio». Tortelli e Pellegrini spiegano che già dallo scorso ottobre in una audizione sulla delega fiscale, a Roma, Rete Imprese Italia che raccoglie artigiani e commercianti, aveva messo in guardia il governo, ma l'appello cadde nel vuoto. «L'unico filo potrebbe essere il milleproroghe - affermano con esilissima convinzione i due vertici Cna, che hanno scritto una lettera a Rete Imprese Italia per stigmatizzare questa situazione e proseguono - Stiamo pensando di assumere iniziative forti per contenere questo smantellamento, ma le speranze sono quasi inesistenti». Ma l'idea che serpeggia, anche se inespressa, è che poi, alla fine, qualcuno qualche lavoretto continuerà a farlo e sarà risucchiato nel sommerso che si era detto di voler sanare. Lavoro al nero per quei pochi che avevano, invece, deciso, di lavorare allo scoperto e contribuire in base alle loro forze.
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