Italia
IL FALEGNAME
Cinquant'anni con la pialla in mano
F.Bon.
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FALEGNAME. Rosildo Seri 3 MINUTI DI LETTURA
CASTEL DEL PIANO. Fra i circa 30 artigiani di Castel del Piano che stanno preparando il cartello con su scritto "chiuso" da attaccare alla porta di bottega, c'è anche Rosildo Seri. Chi dice "Rosildo" dice il falegname, come quelli di una volta, che ha sempre nel portabagagli pialla, sega e punteruolo. Una mitica cassetta degli attrezzi che chissà quante magagne ha risistemato, quanti oggetti ricomposto e riportati a nuovo, quanti manufatti creati o restaurati. Un falegname che se lo chiami anche nel cuore della notte perché ti sei chiuso fuori di casa, lui arriva a tutte le ore e ti apre con un tocco. Nessuno, lunedì mattina, quando la voce è cominciata a circolare a Castel del Piano, credeva che Rosildo (classè '47, pensionato ma ancora in gambissima) potesse mollare. Mani impastate di passione, precisione, creatività, fantasia e bravura. Una bottega storica in fondo a via della Stazione. Lì, lui, è entrato nel 1961 come apprendista. Prima dipendente del falegname Nerucci, poi artigiano titolare di azienda, dal suo negozio ne ha viste di cose: dalle file di somari che la mattina passavano per andare alle vigne ai barrocciai che partivano dal deposito dei mezzi in cima alla strada e andavano a Monte Amiata: «Allora, negli anni '60, noi falegnami si andava a lavorare a domicilio. Issavamo il banco da lavoro in cima all'asino e via a riparare porte e finestre nelle case del paese o in campagna. Il lavoro a destinazione - prosegue Rosildo - io l'ho sempre fatto, fino ad oggi. Magari preparo il lavoro in bottega e poi lo vado a montare a casa del cliente. Il modo di lavorare non è cambiato per me. È cambiato il mondo intorno e purtroppo le leggi ci ignorano e ci mortificano». Mentre racconta, continua a muoversi fra la vecchia sega a nastro e il tavolo della pialla. Oggetti storici, come martelli e cacciaviti che si è costruito da solo. «Qui - dice - capita un sacco di gente. Si fermano a chiacchiera, siedono sul ceppo di legno e io lavoro. Si sta bene qui in bottega, è molto familiare. E' sicuro che se la agevolazione dei minimi non fosse stata soppressa, sarei rimasto, perché non c'era motivo di chiudere. Sono in salute, sono in pensione, ma gli artigiani possono lavorare anche dopo, senza scadenza di età. Ma adesso se mi impongono un reddito, non ce la faccio e non posso spendere la mia esigua pensione per pagare tasse che non mi spettano. Gli studi di settore sono stati la rovina della nostra categoria. Bisognava fare più livelli relativi alla fisionomia di diversi artigiani. I furbi ci sono ed evadono le tasse. Ma noi piccolissimi non resistiamo così e non ci sono vie d'uscita. L'unica è andarsene. Questa volta non c'è riparazione o restauro che tenga».
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