Il Tirreno

Grosseto

Slitta la tredicesima: «Ma la nostra preoccupazione è la cassa integrazione»

Mabro: il giorno della rabbia

Francesca Gori
<b>IN CORTEO.</b> Le vestaglie azzurre in via Senese
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IN CORTEO. Le vestaglie azzurre in via Senese

Un centinaio di vestaglie azzurre sfilano in centro

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 GROSSETO. Novanta su 120 avevano deliberato lo sciopero e la manifestazione. Ieri mattina la vestaglie azzurre hanno marciato di nuovo verso il cuore della città. Non erano tutte, ma c'erano. Davanti al Comune, l'abbraccio del sindaco Emilio Bonifazi.  Prima nell'ufficio del primo cittadino, poi in quello dell'assessore al Lavoro della Provincia Cinzia Tacconi. Le vestaglie azzurre, quelle scale le hanno salite più volte. E hanno trovato, anche ieri mattina, l'impegno delle istituzioni a tornare di nuovo in Regione, per capire quale sarà il futuro di quell'azienda che faticosamente sta cercando di uscire dal pantano della crisi.  Le tredicesime in ritardo, i giorni di ferie a cavallo delle feste sui quali Barontini non ha ceduto non erano le priorità della protesta. «Queste sono state solo le due gocce che hanno fatto traboccare il vaso - dicono - i problemi sono molto più seri». I problemi, infatti, si chiamano cassa integrazione, che scade a febbraio, si chiamano ore di lavoro, ancora ridotte al minimo, si chiamano stipendi bassi e la paura che quello che alla Mabro si è già visto negli anni passati possa ripresentarsi di nuovo. I problemi sono questi, sì. Ma sono anche i rapporti, tesi, tra i sindacati e le rsu, tra i lavoratori e la società. Ieri, i segretari di categoria alla manifestazione non c'erano.  «La Cgil ci addebita responsabilità incredibili - hanno detto le donne della Mabro al sindaco - l'ultima nell'ordine che se l'azienda chiude la colpa è nostra. Ma non possono pensare di farci stare zitte in questo modo». L'affondo c'è, in una fabbrica dove le tessere del sindacato della Camusso sono la maggioranza. «La vicenda della tredicesima è solo l'effetto di una situazione che diviene sempre più grave e che da tempo ci preoccupa».  Non è questione di tredicesima, quindi. Ma di prospettive. «Il problema maggiore è la scedenza della cassa integrazione - aggiungono - a febbraio. Le alternative proposte sembrano impraticabili. E senza ammortizzatori sociali rischiamo davvero di andare a casa. Abbiamo apprezzato quello che le istituzioni e i sindacati hanno fatto, ma è mai possibile che si debba intervenire sempre e solo quando la situazione è precipitata ed è più difficile trovare adeguate soluzioni?». Lo scoglio più grosso da affrontare, oltre a quei no detti e ridetti dalle banche e a una crisi che rischia di aggiungere difficoltà a difficioltà nel capannone di via Senese, è appunto quello della cassa integrazione. La scadenza è il 7 febbraio e le strade sono tre: quella straordinaria, che può essere rinnovata soltanto a fronte di tagli al personale (scartata tanto dalle rsu che dai sindacati e dall'azienda), quella in deroga, anticipata dalla Regione, che non può essere richiesta se c'è ancora la possibilità di ricorrere a quella ordinaria. Che significherebbe, in sostanza, l'anticipo dei soldi per 250 dipendenti da parte di Barontini e lo sgravio dei contributi soltanto sul personale al lavoro (circa la metà). «Ma all'azienda mancano i soldi - aggiungono le maestranze - e anche questa strada non è percorribile. Qui si rischia d'andare a casa. E i sindacati sembrano non rendersene conto. La nostra non è una reazione spropositata, siamo coscienti della situazione e dei rischi che corriamo e quindi chiediamo a tutti di volerla affrontare prima che diventi irrecuperabile». Una speranza c'è: l'ingresso di partner finanziari e industriali nella società guidata da Barontini: «Ne sentiamo parlare - dicono i lavoratori - ma vogliamo sapere se è vero o se è una favola».

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