Attenzione
Quant'è dura la vita del mecenate
Elisabetta Giorgi
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BUCCHERI Vasi con figure alate della collezione Dragonetti Collezionista dona patrimonio archeologico: ci provava da 20 anni
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GROSSETO. Coppe da vino in ceramica, balsamari in vetro, preziosi vasi per le libagioni, fibule e brocche usate nei corredi simposiaci dell'antica Grecia e commercializzati nelle città etrusche. Persino "netta-orecchie" in osso del secondo secolo a.c., ovvero cotton fioc ante litteram impiegati dai nostri antenati, e molto altro ancora. Sono in tutto una trentina di pezzi: un vero e proprio tesoretto archeologico che sarà presto donato a Grosseto. I pezzi sono databili tra il 9º secolo a.c. e il 2º a.c. e la donatrice, Emilia Dragonetti, milanese, è raggiante perché ha appena centrato l'obiettivo: combattere e soprattutto vincere la sua ventennale battaglia contro la burocrazia. Perché la vita del benefattore, oggi, è alquanto dura. Settant'anni, ex insegnante, la signora ha una casa a Talamone ereditata dai genitori con una collezione di reperti dentro. Buccheri, anfore e attingitoi raccolti con amore, nel corso degli anni, dal padre Michele Dragonetti, stimato chirurgo milanese col sacro fuoco dell'archeologia, e dalla madre Alice, casalinga che fino alla morte ha accompagnato il marito nel suo avventuroso viaggio tra i reperti. «Mio padre - racconta lei - era amico di Aldo Mazzolai: da sempre, oltre al suo lavoro, ha coltivato una passione incredibile per l'archeologia e ha collezionato centinaia di pezzi, che io poi ho ereditato nella mia casa di Talamone». I coniugi se ne sono andati nel lontano 1988, quasi contemporaneamente e a distanza di sei mesi l'uno dall'altra, cosicché lei, la figlia Emilia, ha raccolto la loro passione e conservato i reperti con cura, scegliendo di destinarli al territorio maremmano, amatissimo dalla famiglia e in particolare dal padre. «Ho coltivato la speranza di donare questi buccheri a uno dei musei della zona per omaggiare i miei familiari - racconta la settantenne - Con questo gesto volevo ricordarli nel modo migliore». La decisione di regalare la collezione al museo archeologico di Grosseto è stata presa subito dopo la morte dei genitori. «Già dagli anni '90 - dice la signora - avviai le pratiche legate alla donazione. Con grande entusiasmo mandai subito la prima lettera alla Soprintendenza di Firenze. Da lì - prosegue lei - ho proseguito con lettere su lettere e tante richieste, senza mai una risposta positiva». Non è stato facile riuscire a regalare calici e brocche «per una serie impedimenti burocratici - dice lei - di non ben specificata natura ma che credo sostanzialmente dovuti alla Soprintendenza. Oggi finalmente sono arrivata alla fine di questo lunghissimo periodo che si era impantanato. È passato tanto tempo, è vero, ma ora la cosa importante è che ho superato questo tunnel con successo». Il Comune di Grosseto, da parte sua, ha deliberato di accettare tutti e 28 i reperti per sistemarli presto nel museo archeologico di piazza Baccarini. Soddisfatta il direttore Maria Grazia Celuzza, che per parte sua spiega come con la Soprintendenza attuale, con Gabriella Poggesi, abbia sbloccato il tutto. «È una collezione interessante e che ha avuto un lungo iter - conferma la Celuzza - Finalmente la Soprintendenza ha rilasciato il nulla osta e non appena la procedura sarà completata saremo ben lieti di accogliere i reperti nelle nostre sale». Per il museo è un periodo particolarmente florido, visto che sabato prossimo le sue stanze accoglieranno un'altra collezione ancora: un fondo librario particolarmente importante. È una collezione di studi etruschi: un patrimonio donato da uno studioso morto di recente: si chiamava Claudio De Palma, etruscologo che ha compiuto scavi importanti. Sabato la donazione sarà presentata in pubblico durante una piccola cerimonia in cui saranno presenti i familiari e il professor Luigi Donati di Firenze che parlerà della nascita dell'istituto di studi etruschi.
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