Sicurezza
Tra vita e morte, missionari in Mozambico
Paola Villani
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IN MOZAMBICO Vita quotidiana per Giulia Pieri e la sua famiglia La straordinaria scelta dei follonichesi Giulia e Luca coi loro figli
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FOLLONICA. Padre Luciano non era certo l'unico "emigrato speciale" della Maremma. Tanti, da questa terra dove la solidarietà è nel dna, partono per l'Africa e i Paesi più poveri. E proprio in queste ore, in cui dalla Tanzania giunge una notizia così tragica, dal Mozambico arriva il racconto - drammatico e pieno di speranza - di una "speciale" famiglia follonichese. Giulia Pieri e il marito Luca Cresti, insieme ai loro figli, Emilia, Samuele e il piccolo Stefano, (concepito proprio in Africa) da due anni hanno lasciato Follonica per trasferirsi in una piccola comunità cristiana in Mozambico: oltre a diffondere il loro credo, Giulia e Luca danno una mano alla popolazione di quella terra. Lì, circa un terzo delle persone è ammalata di Aids, la mortalità infantile è altissima e il confine tra vita e morte è un velo. Giulia racconta di aver visto morire un piccolo inspiegabilmente, e pochi giorni dopo di aver aiutato una madre sieropositiva a partorire due gemelli. Il coraggio di questa famiglia che ha lasciato tutto - lavoro, famiglia e amici - per andare in un luogo così problematico è qualcosa di inspiegabile. Lì stanno crescendo i loro figli nati in Italia e lì ne hanno messo al mondo un terzo, Stefano. «Qui si nasce molto di più e si muore molto di più. Circa un terzo della popolazione è malata di Aids, in ogni famiglia c'è almeno un sieropositivo, ed è difficile curare qualsiasi malattia per la mancanza di strutture organizzate e di medici. Alla domanda che si può fare a qualsiasi mamma su quanti figli ha, è comune sentirsi rispondere che ne ha tot, ma ne ha persi altri tot», racconta Giulia. «Pochi giorni fa è morto un bambino di un anno e mezzo della comunità, è morto in silenzio, senza che se ne fosse capita la malattia al posto di salute, quindi i suoi genitori (come fanno tutti) si sono rivolti a vari curandeiros per capire chi l'avesse provocata. C'è sempre una causa a tutto, dicono, qualcuno ha voluto farci del male. E quindi spesso i legami si intrecciano sulla diffidenza e sulla paura, anche all'interno della famiglia. C'è la morte, ma ogni giorno c'è anche vita nuova. Proprio la settimana scorsa ho avuto la grazia di assistere a un parto gemellare. La situazione non era facile, Anita, sieropositiva, ha partorito in un lettino del posto di salute, ad assisterla solo una giovane infermiera, io e la sua mamma, solo un po' di cotone, alcol e forbici. Nient'altro. Nati i bambini l'infermiera li ha avvolti in una capulana così com'erano, senza una bilancia per pesarli o un po' d'acqua per lavarli. A raccontarlo sembra assurdo, in realtà in quel contesto sembrava tutto così naturale e anche dignitoso. Anita e i suoi due bambini sono vivi e per ora stanno bene, anche se dovranno fare il trattamento per l'Hiv. Tutto il resto è vita, e morte. Come è naturale che sia e che forse nel nostro mondo super ospedalizzato stiamo scordando».
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