Il Tirreno

Grosseto

Indagate anche cinque dipendenti della Prefettura

Pierluigi Sposato
Indagate anche cinque dipendenti della Prefettura

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 GROSSETO. Favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Ma anche truffa, falso, estorsione, abuso d'ufficio e peculato. E in un caso anche violenza sessuale. È stato consegnato in queste ore l'avviso di fine indagini per l'operazione "Caccia", quella che nell'estate scorsa aveva portato all'esecuzione di cinque misure cautelari, poi diventate otto. Gli indagati all'epoca erano 12. Adesso sono 20, perché si sono aggiunti anche cinque dipendenti della Prefettura e tre persone (tutti privati) che erano comparse in un ruolo secondario della prima fase. Non ci sono indagati né in Questura, né alla Direzione lavoro né all'Agenzia delle entrate che pure erano stati oggetto delle attenzioni dei carabinieri della Procura: non sono stati ravvisati comportamenti rilevanti in termini penali.  La conclusione delle indagini preliminari riguarda l'indagato ritenuto essere la "mente" delle pratiche illecite, cioè con nulla osta ottenuto in cambio di sesso o denaro: questi è Marcello Moretti, già dipendente della Confesercenti; vi sono poi Chiara Chimienti, dipendente della stessa associazione di categoria; Paolo Palumbo, titolare di un'agenzia di infortunistica stradale; Reno Kaja, cittadino albanese titolare di una ditta di servizi agricoli; Muhammad Irfan Khan, pachistano. Tutti e cinque vennero messi ai domiciliari alla fine di maggio. Successivamente i provvedimenti restrittivi riguardarono Hai Abdul, cittadino del Bangladesh, e Manik Md, suo connazionale. Il gip aveva disposto i domiciliari anche per Adikari Chandrasekara, dello Sri Lanka.  Adesso il pm Laura D'Amelio ha individuato presunte responsabilità anche per cinque dipendenti della Prefettura ritenute in qualche modo coinvolte. Sono la dirigente Domelia Ruffini, la responsabile Patrizia Favetta, le impiegate Barbara Corsini, Silva Scalabrelli e Maria Renaioli.  Moretti avrebbe chiesto fino a 11.200 euro (e in quel caso si sarebbe trattato di una truffa) ma avrebbe minacciato anche di morte una ragazza albanese se non avesse acconsentito alle sue richieste di rapporti sessuali nell'ambito della pratica per il rilascio di un nulla osta al permesso di soggiorno per motivi di lavoro. I contratti sarebbero stati autorizzati dallo Sportello unico immigrazione della Prefettura senza che vi fosse la sottoscrizione degli effettivi datori di lavoro e le responsabili non avrebbero segnalato le irregolarità. I datori di lavoro indagati sarebbero stati all'oscuro di tutto. Un modus operandi che si sarebbe ripetuto più o meno nelle stesse forme anche per altri stranieri. Ci sarebbe stato poi chi si sarebbe dato da fare come intermediario per riscuotere la somma, chi avrebbe cercato connazionali (come Abdul e Md), chi avrebbe fatto viaggi all'estero per reperire stranieri interessati al nulla costa (come Chandrasekera) e chi si sarebbe prestato a figurare fittiziamente come datore di lavoro (come Kaja). L'inoltro per via telematica sarebbe stato curato dalla Chimienti, se non dallo stesso Moretti, poi andato in pensione. Questi sarebbe anche andato personalmente in Prefettura per curare il buon esito delle pratiche. Contestata anche la contraffazione di documenti o firme.  Per le dipendenti dello Sportello unico vengono ipotizzati anche l'abuso d'ufficio (per l'ingiusto danno patrimoniale causato a Moretti e Chimienti), il falso (per due pareri positivi su nulla osta, per una data diversa da quella di sottoscrizione, per una firma disconosciuta e per l'avvenuta apposizione di firme sui contratti di soggiorno) ma anche il peculato: perché tutte e cinque si sarebbero appropriate di marche da bollo per 90 euro, prelevate da alcune pratiche e usate per scopi personali.  C'è poi il filone Palumbo, che risulta simile nelle modalità ma che non coinvolge la Prefettura: a lui e a Irfan, oltre a procurare contratti di lavoro fittizi (con datore o datori di lavoro ignari), la Procura contesta l'estorsione ai danni di uno straniero, costretto a versare 160 euro oltre i 3.900 già versati per avere il sospirato permesso di soggiorno. I fatti contestati risalgono al periodo 2008-2011.

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