Il Tirreno

Grosseto

Il collezionista di memorie ha battezzato la rinascita della cultura contadina

Valentina Detti
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BABBANINI. L’ideatore del museo e i ragazzi che hanno collaborato

Grande successo per il museo dei "ricordi" della terra inaugurato grazie all'impegno di Mario Babbanini

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 MANCIANO. Sono oggetti della memoria, passati di mano in mano fino ad arrivare a quelle di giovani appassionati che con cura li hanno restaurati. Il torchio, le falci, il trinciaforaggi, i setacci, la tagliafiena, il "prete" e il crivello, tanto vecchio che è difficile trovare ancora qualche anziano che l'abbia usato. È questo il patrimonio che Mario Babbanini ha raccolto negli anni: arnesi e utensili della vita contadina in Maremma, provenienti dalle zone di Montemerano e Manciano in particolare. Sabato scorso è stata inaugurata la collezione nel vecchio granaio della Cooperativa Agricola e Lavoro Filippo Mazzolai alla Sgrilla.  Il Babbanini cominciò a pensare alla creazione di un museo delle tradizioni contadine negli anni '90, quando dal lascito di un compagno di guerra iniziò a raccogliere vecchi attrezzi: «Da quando ho iniziato a oggi ho raccolto 300 pezzi - dice - Oggetti che rappresentano una parte della nostra storia, dei nostri babbi e di quello che siamo oggi». È stata una lunga lotta quella di Mario per rendere pubblica la sua collezione: nel 2007 con l'acquisizione dei pezzi da parte del Comune e nel 2010 con la disponibilità della Cooperativa Agricola Mazzolai a ospitare l'esposizione e la volontà dei ragazzi dell'Arci di occuparsi del restauro e dell'allestimento. A dimostrazione di quanto questo sia un progetto importante per la comunità di Manciano, è stata la grande partecipazione di un pubblico di tutte le età, curioso di riscoprire vecchi oggetti. A presentare la collezione due istituzioni provinciali: l'Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell'Età Contemporanea e l'Archivio delle Tradizioni Popolari della Maremma Grossetana, oltre al sindaco Mario Mecarozzi, all'assessore alla cultura Cesare Ciavattini, al presidente della cooperativa Daniele Pratesi, a Ettore Sanità autore del libro "Il sale della terra" - da cui è stato tratto il titolo della mostra - e ai volontari dell'Arci. «Abbiamo dato un piccolo contributo economico per realizzare questa esposizione, ma siamo coscienti che questo è solo l'inizio; adesso dobbiamo impegnarci per sviluppare il progetto, sia economicamente che nella comunicazione. Intanto iniziamo coinvolgendo le scuole, poi dalla primavera ci rivolgeremo al pubblico in generale».  C'è chi sostiene che la cultura contadina sia morta, ma girando alla scoperta dell'esposizione tra i volti rugosi e le mani callose di alcuni spettatori e giovani con la pashmina, viene da pensare che seppur trasformata, resista; e come sostiene lo scrittore Sanità «oggi siamo di fronte alla figura di nuovi braccianti che lavorano per i grandi proprietari terrieri. Sono spesso figli di quei braccianti - continua l'autore - che, grazie alla riforma agraria dell'Ente Maremma, sono diventati agricoltori, ma che con l'economia globalizzata hanno dovuto vendere la proprietà perché non più sufficiente per il sostentamento». Non solo l'esposizione, ma tutto il percorso che ha portato a realizzare il museo è stato un lavoro sulla memoria: i ragazzi hanno parlato con gli anziani per capire l'utilizzo degli attrezzi o per confrontarsi sul miglior modo di restauro, realizzato tra l'altro, con prodotti naturali.  Il percorso è avviato, ma c'è molto da fare, soprattutto per creare uno spazio museale funzionale, che non sia solo il simulacro di una vita passata, ma una testimonianza viva di una cultura che ci appartiene.

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