Attenzione
Sui banchi la sua seconda casa
Fra.Go.
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IL DOLORE. Della dirigente scolastica Anna Maria Carbone che seguiva da anni il ragazzino a destra la scuola media di Manciano Nessuno ha avuto il coraggio di dirlo ai compagni
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MANCIANO. In prima A, alla scuola media di Manciano, le professoresse ieri mattina non ce l'hanno fatta a dire la verità ai loro ragazzi. Il banco di Stefano era vuoto, gli alunni delle medie lo sapevano che la situazione ra grave. Nemmeno Anna Maria Carbone, la dirigente scolastica, se l'è sentita di dire che quel ragazzino non ce l'aveva fatta. Ha detto che era gravissimo. I ragazzi della prima A hanno capito lo stesso. «In questi giorni non hanno fatto altro che disegnare per lui e scrivere i loro pensieri - dice la dirigente - ma tutti speravano di vederlo tornare a scuola». La morte di un ragazzino di 13 anni è difficile da spiegare ai suoi coetanei. Si conoscono tutti, gli adolescenti di Manciano. Stefano con i suoi compagni delle medie aveva condiviso le elementari e la scuola materna. Due sezioni sole, a Manciano, che si compongono, si scompongono e si ricompongono in un puzzle di amicizie che durano da anni. E Stefano, in quella scuola e con quei compagni, aveva trovato una seconda casa. E alla dirigente, l'idea che qualcuno pensi che la scuola non abbia fatto abbastanza per lui non va giù. «È stato detto che mercoledì mattina non era a scuola perché mancava l'insegnante di sostegno - spiega - Ecco, Stefano il sostegno lo aveva solo per nove ore la settimana. Ma a scuola i ragazzi ci stanno trenta ore. Se non c'era l'insegnante di lui se ne sarebbero occupate le altre, come hanno sempre fatto». A scuola Stefano andava d'accordo con tutti. «Siamo stati il suo mondo - aggiunge Anna Maria Carbone - era un ragazzino integrato nel suo gruppo di amici, era tranquillo e socievole. Questa tragedia deve però farci porre una domanda: se si poteva fare qualcosa per evitarla». La dirigente scolastica non pensa solo al mondo della scuola, quel mondo che lei conosce bene e che era stato in parte il centro della vita del piccolo Stefano. «Penso alla famiglia, ai servizi - dice - certo anche alla scuola e a tutta la comunità. Qui non si tratta di attribuire responsabilità ad alcuno. È una tragedia. Ma incidenti assurdi come questi non dovrebbero succedere. E le domande, in questo caso, ce le dobbiamo porre davvero tutti».
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