Gioco
Alfio Giomi porta la rivoluzione in pista
Pierluigi Sposato
Punta alla presidenza Fidal: «Atletica in crisi, no ai giochi di potere»
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Alfio Giomi ci riprova. Si rimette in corsa e punta alla presidenza nazionale della Federazione di atletica leggera. L'ex vicepresidente aveva mollato tutto nel 2002, per poi proseguire fino al 2007 con l'attività a livello europeo e con l'organizzazione di eventi. «Sono costretto...».
Costretto? «Costretto dalla nullità dell'attuale dirigenza. A Goteborg 1995 l'Italia era quinta al mondo. A Siviglia 1999 eravamo nei primi dieci. Nel 2010 siamo sprofondati al trentesimo posto. Non esistiamo...» E da dove ripartire? «C'è da ridare entusiasmo alle società che continuano a tenere in piedi la baracca ma che sono abbandonate a se stesse.
È la federazione che deve essere a servizio delle società, non il contrario». Ormai l'atletica significa praticamente gruppi sportivi militari, no? «Sì, la maggior parte sono militari. Io però vorrei far notare un altro aspeto e cioè che dei 400 professionisti in competizione solo uno ha preso una medaglia». Cosa manca?
«Non ci sono strategie. Dopo ogni disfatta, il presidente Fidal ha soltanto parole vuote». E se eletto, Giomi da dove vuole partire? Di quanto tempo pensa di aver bisogno? Un anno, due, tutti e quattro gli anni del mandato? «Subito, si deve vedere qualcosa da subito! L'inversione di tendenza deve essere immediata. Sennò è troppo facile».
Ci sono già in circolazione atleti in grado di competere a livello mondiale o bisognerebbe comunque attendere? «Se sapessimo gestire meglio coloro che sono in attività, faremmo una figura migliore. C'è uno Schwarzer che si accontenta di un piazzamento di rincalzo, un Howe Besozzi che non va. Non va bene così. E poi, facciamo crescere quelli che oggi hanno 19-20 anni.
Abbiamo perso due generazioni di atleti. Quelli che sono in circolazione adesso sono quelli di Grosseto 2003 e 2004. Dopo niente. Basta vedere la squadra a Daegu: l'età media è sopra i trenta anni». È un problema di soldi? «No. Credo che l'atletica italiana sia tra le più ricche al mondo». Allora è un problema di strutture, di impianti? «Nemmeno». Allora di tecnici? «Vanno rimotivati.
Ai campionati toscani disputati qui a Grosseto c'erano almeno cinquanta tecnici di valore. Mancano scambi internazionali, manca la voglia di crescere». La fase per la presentazione delle candidature si apre a ottobre. Giomi punta su una vecchia guardia di amici, quelli del precedente mandato, o ci sono nuovi soggetti? «Vecchi e nuovi amici.
Lavoro insieme alla generazione di chi ha vissuto sgomento gli ultimi venti anni, lavoro nel tentativo di valorizzare i giovani, perché devono essere loro a guidare la federazione. C'è un movimento di opinione molto diffuso contrario alla federazione.
Molti presidenti regionali Fidal hanno firmato un documento critico sullo statuto». Ma la crisi dell'atletica è la crisi anche di altri sport? «Beh, tutto lo sport è in crisi ma le altre discipline fanno risultati a livello mondiale. E l'atletica no». C'è uno slogan? «Qui non contano gli accordi di potere, qui serve la voglia di fare la rivoluzione».
Costretto? «Costretto dalla nullità dell'attuale dirigenza. A Goteborg 1995 l'Italia era quinta al mondo. A Siviglia 1999 eravamo nei primi dieci. Nel 2010 siamo sprofondati al trentesimo posto. Non esistiamo...» E da dove ripartire? «C'è da ridare entusiasmo alle società che continuano a tenere in piedi la baracca ma che sono abbandonate a se stesse.
È la federazione che deve essere a servizio delle società, non il contrario». Ormai l'atletica significa praticamente gruppi sportivi militari, no? «Sì, la maggior parte sono militari. Io però vorrei far notare un altro aspeto e cioè che dei 400 professionisti in competizione solo uno ha preso una medaglia». Cosa manca?
«Non ci sono strategie. Dopo ogni disfatta, il presidente Fidal ha soltanto parole vuote». E se eletto, Giomi da dove vuole partire? Di quanto tempo pensa di aver bisogno? Un anno, due, tutti e quattro gli anni del mandato? «Subito, si deve vedere qualcosa da subito! L'inversione di tendenza deve essere immediata. Sennò è troppo facile».
Ci sono già in circolazione atleti in grado di competere a livello mondiale o bisognerebbe comunque attendere? «Se sapessimo gestire meglio coloro che sono in attività, faremmo una figura migliore. C'è uno Schwarzer che si accontenta di un piazzamento di rincalzo, un Howe Besozzi che non va. Non va bene così. E poi, facciamo crescere quelli che oggi hanno 19-20 anni.
Abbiamo perso due generazioni di atleti. Quelli che sono in circolazione adesso sono quelli di Grosseto 2003 e 2004. Dopo niente. Basta vedere la squadra a Daegu: l'età media è sopra i trenta anni». È un problema di soldi? «No. Credo che l'atletica italiana sia tra le più ricche al mondo». Allora è un problema di strutture, di impianti? «Nemmeno». Allora di tecnici? «Vanno rimotivati.
Ai campionati toscani disputati qui a Grosseto c'erano almeno cinquanta tecnici di valore. Mancano scambi internazionali, manca la voglia di crescere». La fase per la presentazione delle candidature si apre a ottobre. Giomi punta su una vecchia guardia di amici, quelli del precedente mandato, o ci sono nuovi soggetti? «Vecchi e nuovi amici.
Lavoro insieme alla generazione di chi ha vissuto sgomento gli ultimi venti anni, lavoro nel tentativo di valorizzare i giovani, perché devono essere loro a guidare la federazione. C'è un movimento di opinione molto diffuso contrario alla federazione.
Molti presidenti regionali Fidal hanno firmato un documento critico sullo statuto». Ma la crisi dell'atletica è la crisi anche di altri sport? «Beh, tutto lo sport è in crisi ma le altre discipline fanno risultati a livello mondiale. E l'atletica no». C'è uno slogan? «Qui non contano gli accordi di potere, qui serve la voglia di fare la rivoluzione».
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