Il Tirreno

Grosseto

«Spari troppo vicini alle case»

Elisabetta Giorgi
<b>CACCIATORI.</b> Doppiette che sparano ai fagiani
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CACCIATORI. Doppiette che sparano ai fagiani

Primo giorno di preapertura: esplode la rabbia contro i cacciatori

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 ARCILLE. Caccia alla tortora? Macché. La preda da inseguire stavolta sembra essere umana, visto che le doppiette in questione non si sono fatte scrupolo di far fuoco vicino alle case. Spari troppo ravvicinati e nella più totale mancanza di rispetto delle distanze minime. E già nel primo giorno di "pre-apertura" (dalle 6,30 alle 19 di ieri si è iniziato a sparare a tortora, gazza, ghiandaia e cornacchioa grigia) è esplosa la rabbia sui cacciatori.  «Mi hanno sparato sui vasi del negozio: ho sentito i piombini arrivare da tutte le parti. Potevamo perdere un occhio», sbotta Marzia Cecchi, commerciante di vasi in terracotta in località Trasubbie, vicino a Scansano, che racconta di essere scappata a gambe levate. «Sono indignatissima», lamenta, perché «i cacciatori non hanno avuto rispetto delle distanze e di chi abita in zona». Non li ha visti in faccia, ma ha visto i loro proiettili.  La zona, attraversata dal torrente Trasubbie, vicino ad Arcille, è rifugio di stupendi esemplari di fauna selvatica, considerati una preda troppo ghiotta per lasciarseli scappare, anche a costo d'infrangere le regole. Poteva andare peggio, poteva essere un dramma. Succede ieri intorno alle 13. «Stavo mostrando alcuni vasi a due clienti inglesi - dice la signora - Quando mi sono sentita arrivare una scarica di pallini da ogni parte, sparati da cacciatori appostati troppo vicini a casa mia e al mio posto di lavoro. È mancato pochissimo che non ci colpissero. Ce li siamo sentiti addosso». I pallini sono passati attraverso la siepe e hanno colpito i vasi, in terra. Sono rimbalzati «e potevano arrivarci addosso». Marzia Cecchi e i clienti inglesi hanno avuto un sobbalzo.  «Siamo scappati e abbiamo interrotto la vendita. Loro sono caduti dalle nuvole: penso che si faranno una bella concezione dell'Italia. Potevamo perdere un occhio».

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