Gioco
Il padre di Salah Ddin: «Sono distrutto: mi ero assentato solo 5 minuti»
Elisabetta Giorgi
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LA VITTIMA. Salah Ddin aveva cinque anni 4 MINUTI DI LETTURA
GROSSETO. «Non ero andato a dormire ma solo a prendere un asciugamano. Mi sono assentato 5 minuti e avevo affidato mio figlio Salah Ddin a chi gestiva la piscina. Ora sono distrutto, grazie a tutti. Ci volete bene ma per me è difficile parlare». Charki El Akroute, il padre del bambino di 5 anni morto domenica dopo un bagno nella piscina comunale di Giuncarico, è un uomo disperato. È sotto indagine nel fascicolo aperto dalla procura di Grosseto: avrebbe lasciato suo figlio mentre il piccolo ha avuto un malore, facendogli fare il bagno dopo pranzo. Ma lui si difende e non conferma il fatto di averlo lasciato solo, o almeno non nei termini circolati finora. Nessuna assenza "pesante" da parte sua. «Avevo lasciato mio figlio in custodia al personale della piscina - racconta Charki - sono andato a prendere un asciugamano in macchina per lui e quando sono tornato l'ho trovato mezzo morto, sdraiato in quelle condizioni ai bordi della piscina». Quando ci ripensa le parole gli si chiudono in gola, non trova quiete. Si gira verso il muro. «E quanto ci hanno messo i soccorsi? Un'ora. Quando un bimbo sta male, quando c'è un'emergenza così non ci si può mettere tanto a salvarlo. Ci devi mettere dieci minuti, non di più. E perché me l'hanno lasciato lì tutto quel tempo ai bordi della piscina? Perché non l'hanno portato via subito?». I soccorritori, secondo le testimonianze del circolo Arci di Giuncarico, avrebbero fatto di tutto per salvarlo, intubarlo e farlo respirare. Ma «ce l'hanno tenuto troppo», dice il babbo con lo sguardo impietrito, nella panchina davanti alla porta dell'obitorio. Ha appena finito di assistere al funerale islamico del suo bambino. «Sembra che dorma», racconta la sorella Luna dopo che l'Imam della comunità islamica di Grosseto, Mohammed Salim, ha vestito di bianco e profumato il corpo secondo l'usanza musulmana. Il rito si è appena concluso quando Charki, la sorella e due fratelli escono e prendono un po' d'aria lì fuori. «Salah Ddin è dentro a quella porta. Non ci credo ancora, scusa se non riesco a parlare ma è un incubo», dice il padre. Proprio lui, Charki El Akroute, è nato il 1º gennaio 1955 in Marocco e abita a Tatti con la famiglia, in via della Dogana. Fa l'ambulante. Lavora tra Massa Marittima, Ribolla e Roccastrada. Vende la sua merce ai mercati e percorre chilometri lungo il litorale. Questo mese, come la maggior parte dei membri della comunità islamica, ha seguito il Ramadan ed è stato lunghe ore senza mangiare e dormire. «Per questo sono stanco, sfiancato». Era stanco anche quel giorno ma non era andato a dormire in macchina: solo a cercare un telo per Salahd, racconta. «Macché lasciarlo. Come si fa a lasciare un figlio da solo? Come si fa a dirlo? No, io ho pagato il biglietto per mio figlio, gli hanno dato un giubbottino e lui si è messo a fare il bagno. Mi sono assentato poco, sono andato in macchina a prendergli l'asciugamano, avevo con me il figlio piccolo di un mio amico che non voleva fare il bagno. Ma saranno stati cinque minuti». Fossero anche dieci, fanno intendere i fratelli, niente a che vedere con una sosta lunga per dormire. Lo conferma il fratello Mustapha, che riporta la stessa versione dopo aver parlato con lui in questi giorni, e la figlia Luna, sorella 18enne di Salah Ddin che racconta: «A cercare l'asciugamano per mio fratello mio padre ci avrà anche messo un po', perché in macchina ha dovuto trovarlo in mezzo a tutta la roba che vende per il suo lavoro, ma non è stato un tempo lungo». Perché dunque è circolata quella versione? «Non sappiamo, forse qualcuno lo ha detto per difendersi». Era comunque vero che «ero stanco, sì, questo sì che è vero: seguo il Ramadan, digiuno sotto il sole a 35-40º, ma ripeto che non ho lasciato il mio bimbo». Mentre era ancora in auto a cercare il telo - riferisce ancora Charki - qualcuno, pare la bagnina, è andata da lui ad avvisarlo che Salah Ddin si era sentito male. Era stato tirato fuori dalla piscina e adagiato sul bordo per i primi soccorsi. «Io sono corso, e quando sono arrivato lì me lo sono trovato mezzo morto». La sua posizione è questa e lo dicono anche i fratelli. «Uno va in piscina e sa che c'è la sorveglianza. Se anche ti assenti per poco non ti aspetti che succeda questo, che un figlio muoia». C'è poi il capitolo soccorsi. «Sono arrivati tardi. Ci hanno messo un'ora», dice Charki. L'Asl dice che l'intervento è stato tempestivo, che in 22 minuti è arrivato il Pegaso 2 e che tutto è andato secondo il protocollo. Ma secondo lui «no - scuote la testa - Ci hanno messo di più. Poi hanno sbagliato strada. E l'elicottero? Invece che prendere il bimbo e portarlo via è rimasto lì alla piscina a fare il soccorso». Troppo tempo, lo dice anche Luna, che non capisce perché «abbiano messo sotto indagine mio padre» e perché suo fratello «sia stato portato via in ambulanza e non con l'elicottero. E poi c'era il medico in quell'ambulanza? Abbiamo sentito dire di no».
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