Il Tirreno

Grosseto

La confessione choc «Non sono pazzo e in carcere sto bene»

Federico Lazzotti
<b>IN CARCERE </b>L&#146;uscita del giudice Montesarchio e del pubblico ministero Stefano Pizza
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IN CARCERE L’uscita del giudice Montesarchio e del pubblico ministero Stefano Pizza

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 GROSSSETO. Lo chiama più volte «padrone», dice di non «essere pazzo» e «di stare bene in carcere perché il cibo è buono». Mauro Bianchi non è pentito di aver ucciso il padre a coltellate perché «era stata cattivo con me e con mia madre ed era una cosa che dovevo fare». Ecco perché quando Alduino Bianchi, 78 anni, ha provato a fermarlo «ho continuato a colpirlo finché non è morto».  Il racconto dell'orrore del delitto di Pitigliano va in scena durante l'udienza di convalida nell'aula al piano terra del carcere di via Saffi al termine della quale il giudice Valeria Montesarchio firmerà la permanenza in carcere dell'indagato.  Sono da poco passate le dieci quando Mauro Bianchi, 44 anni, da dieci seguito dai servizi sociali e afflito da «una patologia psichiatrica», prende la parola per rispondere alle domande del pubblico ministero Stefano Pizza. Indosso ha una maglietta chiara e un paio di pantaloni lunghi, ai piedi gli stessi sandali che aveva la sabato notte quando ha chiamato i carabinieri per informarli dell'omicidio del padre chiedendo che andassero a prenderlo nella casa dove vivevano, al numero 43 di via Baldini, nel paese nuovo.  Accanto a lui c'è il suo avvocato di fiducia Melania Renaioli che all'uscita dal carcere spiega: «È una persona che vuole apparie lucida ma ha dei momenti in cui appare sconvolto e passa da un discorso ad un altro senza logica».  Rispetto a quando chiedeva «aiuto» ai medici che lo avevano in cura nel reparto di salute mentale dell'Asl 9, appare diverso. Ripete, infatti, che non «vuole passare per matto» e che desidera «scontare la pena in carcere», perché qui si trova bene: «mangio e mi danno le medicine di cui ho bisogno», risonde al pm che gli chiede informazioni sulla sua salute.  Suo padre lo definisce più di una volta come «padrone che si meritava la fine che ha fatto». Poi ripercorre i momenti che hanno preceduto il delitto: «Mio padre - dice - era un uomo forte, per questo per ucciderlo ho dovuto aspettare che si addormentasse. In cucina e ho preso il coltello, quello nero. Poi sono andato in camera sua. Ma lui ha provato a difendersi, ha opposto resistenza, ha cercato di fermarmi, ecco perché ho dovuto colpirlo non so quante volte. Ma quello che ho fatto doveva essere fatto, perché lui con noi era cattivo. Si comportava male con me e mia madre quando era viva. Adesso mi sento libero, sollevato e non voglio passare per matto, non voglio una perizia psichiatrica. In carcere sto bene. Voglio restare qui a scontare la pena che merito».

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