Il Tirreno

Grosseto

Destini incrociati durante il Ramadan

El. Gi.
<b>GIUNCARICO.</b> La piscina comunale dov&#146;&egrave; successa la tragedia del piccolo Sahladdin
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GIUNCARICO. La piscina comunale dov’è successa la tragedia del piccolo Sahladdin

Babbo forse sfiancato dai digiuni, figlio a stomaco pieno

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 GROSSETO. Il padre era forse indebolito dal digiuno; il figlio - invece - aveva lo stomaco pieno di cibo. Due situazioni opposte, con in mezzo una pratica islamica seguita dagli adulti e non dai bambini: il Ramadan. Per capire meglio come questa tradizione sacra islamica possa aver avuto un ruolo nella tragedia del piccolo Sahladdin Elakroute, va raccontato quel che a Giuncarico vanno confermando da giorni. Ovvero che «il padre - come riferisce il consiglio Arci di Giuncarico - mentre Sahladdin si è sentito male non c'era». A caldo, tra tutti i presenti nella struttura, si è diffusa la voce che fosse «in macchina a riposarsi». E di più. L'altra ipotesi riferita a questo "riposo" è che Charki fosse stanco e dovesse ritemprarsi in macchina dagli sforzi del Ramadan. Troppe ore senza mangiare e bere, quel giorno come tutti gli altri giorni di agosto.  Il Ramadan è il mese sacro del calendario islamico. Per i musulmani è un mese sacro e la sua sacralità si fonda sulla tradizione coranica, secondo cui Maometto in questo mese avrebbe avuto una rivelazione dall'arcangelo Gabriele. La parola Ramadan in arabo significa "mese caldo". Quest'anno il periodo è iniziato il 1º agosto ed è finito proprio ieri, 30 agosto. Il Corano prescrive l'obbligo del digiuno dall'alba al tramonto e così è stato anche per Charki Elakroute, venditore ambulante che lavora senza sosta tra i mercati di Massa Marittima, Montieri e Ribolla, e d'estate anche sulle spiagge del litorale. Un lavoro durissimo, «portato avanti con grande onestà», come riferiscono gli abitanti di Tatti - ma che indebolisce se associato a lunghi periodi senza bere e mangiare. Diversa (a quanto risulta dai sintomi della congestione) è la situazione del piccolo Sahladdin, che dopo essersi sentito male è stato portato fuori dalla piscina e sottoposto ai primi soccorsi. A quel punto - dicono dal consiglio dell'Arci - Sahladdin «ha iniziato a vomitare». Tutt'altro che digiuno, espelleva «grandi quantità di cibo. I primi soccorritori non facevano pari a togliergli il vomito che lui continuava e il rigetto gli ostruiva le vie respiratorie. Anche i medici del 118 hanno avuto enormi difficoltà a intubarlo per questo motivo».  Dunque. Se tra gli operatori dell'Arci che gestiscono la piscina «un'ipotesi è che il padre Charki fosse stanco per il digiuno», quel che è certo è che invece Sahladdin aveva mangiato. La spiegazione sta nel fatto che «i bambini islamici non seguono la pratica islamica del Ramadan - spiega il musulmano Mohammed Rhallab, figura di riferimento della comunità islamica - Cosa che invece è seguita dagli adulti». I soccorritori del 118, arrivati a bordo di due ambulanze e del Pegaso, per intubare il piccolo «hanno dovuto addirittura ricorrere a un divaricatore che gli aprisse la bocca, per estrargli il cibo che stava espellendo». Sono scene terribili che nessuno vorrebbe mai vedere, ma che in un pomeriggio assolato di agosto hanno distrutto - forse per un caso fortuito, forse no - la vita di un'intera famiglia e di Tatti, il paese dove Sahladdin viveva.

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