Il Tirreno

Grosseto

«Sono malato, devo essere curato»

Federico Lazzotti
«Sono malato, devo essere curato»

Le confidenze ai medici che lo seguivano: sostegno costante e lui disponibile

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Mauro Bianchi lo ripeteva al personale medico ogni volta che si presentava puntuale ai controlli settimanali del servizio di igiene mentale dell'Asl 9: «Sono malato, curatemi».  Solo qualche giorno prima di uccidere il padre con una quindicina di coltellate mentre l'anziano dormiva nella casa che dividevano in via Baldini, nel paese nuovo, il quarantaquatreenne era andato a Orbetello per l'ennesima visita di controllo.  Il mese scorso la sua situazione psicologica era drasticamente peggiorata tanto che era stato ricoverato per qualche giorno. «Ma quando era tornato a casa - ricordano in paese - ci scherzava dicendo che lo avevano rimesso in piedi». 

«Siamo tutti sconvolti - spiega Giuseppe Cardamone, coordinatore del reparto di salute mentale dell'Asl 9 - Mauro Bianchi è una persona che conosciamo da anni e che il personale ha seguito con costanza e regolarità. È afflito da una malattia mentale importante per la quale erano previste due diverse terapie: una somministrazione quotidiana di medicinali e una a cadenza quindicinale che veniva fatta nel nostro presidio e permetteva un rilascio lento degli effetti del farmaco. In questi anni - va avanti Cardamone - si è sempre dimostrato presente a sé stesso, si faceva controllare, veniva con puntualità agli appuntamenti, chiedeva e si informava, dando l'impressione di voler essere aiutato».  Una patologia, dunque, conclamata e curata di cui sia i servizi sociali e l'Asl 9 erano pienamente a conoscienza e che evidentemente non ritenevano potesse evolversi in modo così tragico.

Eppure i continui e costanti trattamenti a volte non riuscivano a placare comportanenti che lasciavano intravedere un animo malato, soprattutto nel rapporto con il padre. «Litigavano spesso - raccontano i vicini - e qualche anno fa il padre era andato via da casa per qualche tempo». Al bar della piazza, dove Mauro passava gran parte della giornata con un gruppo di amici, raccontano delle frasi sconnesse che spesso pronunciava rivolto al padre e della volontà di farlo dormire per sempre. Poi c'è l'inquietante particolare delle lapidi fatte fare sei anni fa con su scritto il suo nome e quello del padre Alduino con la data di nascita.  Lo stesso presunto assassino, durante le ore trascorse nella caserma di Pitigliano dopo l'arresto, ha ripetuto ai militari che il suo era stato un gesto liberatorio. «Ce l'ho fatta, finalmente l'ho ucciso - ha sussurrato in caserma - ora mi sento sollevato.

Non potete immaginare cosa mi faceva quell'uomo quando ero piccolo: mia madre mi comprava i giocattoli e lui me li toglieva per punizione».  Anche il modo con cui ha avvisato i carabinieri. «Ho ucciso mio padre, venite a prendermi» e il modo con il quale ha aspettato i militari: vestito e pronto per uscire, potrebbe indicare una certa premeditazione e lucidità nell'uccidere il padre.  Toccherà molto probabilmente a un perito che il giudice potrebbe nominare a breve, valutare se Mauro Bianchi fosse capace di intendere e voleve al momento dell'omicidio.

Che cosa è scattato nella sua mente intorno alle 1,30 di sabato notte quando si è avventato sul corpo del padre con un fendente, potrebbe dirlo lui stesso questa mattina quando comparirà davanti al giudice per le indagini preliminari per la convalida del fermo accompagnato dal suo legale di fiducia l'avvocato Melania Renaioli. A livello processuale la possibile infermità potrebbe cambiare radicalmente non tanto l'esito del processo quanto la pena e il regime di detenzione al quale potrà essere affidato nei prossimi mesi.

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