Il dolore
La cocaina, lamore paterno, il dolore: in cella la scrittura è liberazione
La poesia supera le sbarre
Lorenzo Santorelli
Detenuto del carcere di via Saffi racconta la sua vita
1 MINUTI DI LETTURA
GROSSETO. Questa è la storia di un padre e di un figlio, entrambi detenuti, separati dalle sbarre del carcere ma uniti da un destino che ha trascinato entrambi nell'abisso. La storia è quella di Paolo, nome di fantasia, cinquantenne recluso per reati di droga nel carcere di Grosseto. Lui con la "crudele signora bianca", come la chiama nelle sue poesie, aveva smesso ed era diventato un uomo libero, fino a quando anche il figlio trentenne non gli ha dato il dispiacere di avvitarsi nel vortice della droga e, inevitabilmente, della prigione. A quel punto Paolo, soffocato dal dolore e dall'amarezza ha preferito aggrapparsi di nuovo alla cocaina. Come legato da un inestricabile vincolo paterno, è finito nuovamente dietro le sbarre, ma lontano chilometri dal carcere dove si trova il figlio. Paolo lo abbiamo conosciuto pochi giorni fa durante la visita, insieme ad alcuni parlamentari, del carcere di Grosseto. Una breve chiacchierata per raccontare la sua vita e la sua passione per la poesia, un'appendice della propria coscienza attraverso la quale fare i conti con se stesso. Quel giorno Paolo non poté lasciarci nemmeno una delle sue poesie a causa del regolamento carcerario, ma via posta ne ha spedite alcune in redazione.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
